Recensione: Madness In Mask

Di Roberto Gelmi - 14 Febbraio 2014 - 0:01
Madness In Mask
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Anno: 2013
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77

Il Circo del Chiaro di Luna torna sulle scene con il secondo studio album, dopo uno iato di ben tredici anni dal disco di debutto “Outskirts of Reality”.

La talentuosa band milanese, attiva dal 1998, arriva al nuovo traguardo con un paio di significativi cambi in line-up: Salvatore Bonaccorso (ex-Helreid) alla batteria (che subentra ad Alberto Masiero) e Emanuele Cendron al microfono (invece di Alex Secchi). Il nucleo “Viani-Tassi-Soravia”, membri anche dei Black Jester e, udite udite, attivi nella formazione live dei Warlord, resta invece invariato.
Così il sound del gruppo, che s’affina e guadagna in magnificenza, ma non perde il carattere di originalità ed epicità che contraddistinse il primo platter. L’artwork, ancora a opera di Marta De Martin, pare una rappresentazione del perturbante freudiano e ben riassume il lato “folle” della band italiana, sospesa tra riff heavy, tastiere gotiche, drumwork variegato e linee vocali ricche di teatralità.

Il full-length si apre con un breve intro strumentale (come “Outskirts of Reality”), ma questa volta siamo su lidi barocchi e vengono alla mente Malmsteen e i Symphony X. Quale preludio migliore, d’altra parte, per un disco imperniato sul concetto di pazzia (nelle sue varie sfaccettature) se non il tema della follia, tra i più antichi della musica europea e reinterpretato da compositori come Corelli, Vivaldi e Händel?

I toni ariosi e sospesi lasciano subito spazio a “The Duel”, che attacca con un riffone adrenalinico, doppiato da tastiere prog., e sorretto da una doppia cassa schiacciasassi. Il «Welcome back!» cantato da Cendron ha il sapore di una rivincita lunga quasi tre lustri. Il brano prosegue trascinante, con un assolo vicino ai migliori Rhapsody of Fire, con virtuosismi pregevoli. Se tutte le tracce di “Madness in Mask” fossero su questo livello, l’album sarebbe quasi un capolavoro.

Con la successiva “Mountains Of Madness”, tuttavia, le aspettative si ridimensionano: è una canzone non meno trascinante, con cadenze caratteristiche, incedere heavy, ma le linee vocali non sono delle più convincenti. Ottime parti di batteria (portnoyane), ma il refrain è eccessivamente sguaiato. I nostri si spingono troppo in là nello scalare le “montagne di follia” che danno il titolo al pezzo. L’assolo di Viani, comunque, è ancora da applausi.
“Winter Masquerade” è la prima delle tre composizioni più lunghe e articolate del platter. Cendron si esalta nelle prime strofe, sfoggiando un istrionismo d’impatto, ma troppo pronunciato. Il brano mi ha ricordato, per certi versi, “The Killing Hand” dei Dream Theater e alcune sonorità dei Savatage con Zachary Stevens. Nelle parti meno tirate, con arrangiamenti semiacustici, il cantante non risulta all’altezza dei musicisti in campo. Ottimo, invece, il finale alla Fates Warning.

“Lord of Sands” ha un incipit cinematografico e melodie di tastiere alla DGM e Nightwish, mentre “Twilight Sky” ripropone le tinte sinfoniche e heavy già sentite nei brani precedenti.
L’album si chiude con due tracce dal minutaggio più sostenuto (come nel debutto), “Wind of solitude” e “Gabriel”. La prima presenta synth d’organo, stacchi di pianoforte, chitarre dropped ed effettate: brano intriso di tristezza. La suite finale “Gabriel” trasuda epicità, con un buon intro semiacustico, sviluppo con tastiere alla Threshold e un epilogo in fade-out quasi ambient.

“Madness in Mask” è un album indubbiamente ben suonato, da musicisti navigati e con chiari obiettivi in mente. Tra echi dei primi Fates Warning, Savatage e Labyrinth (ma anche sonorità vicine ai giovani emiliani From The Depth), ciò che risalta è la coesione dei brani e dell’album tutto. Il tema della pazzia è centrale, sia dal punto di vista dei testi che dell’approccio compositivo. Gli assolo barocchi sono centellinati a favore di sapienti arrangiamenti di tastiera che, a differenza di “Outskirts of Reality”, si arricchiscono per variegatura e pomposità, andando a creare atmosfere oniriche e gotiche.
Il trademark del combo italiano punta, infatti, sulla perfetta convivenza di chitarre e tastiere, ma non nel senso comune del loro impiego nel prog metal simil-Dream Theater: qui i tasti d’avorio non sono meri comprimari delle sei corde, ma se la giocano alla pari. Questo aspetto peculiare compensa in parte una certa ripetitività compositiva, e l’assenza di una vera ballad.

Peccato, invece, per la prova di Cendron che non convince anche dopo ripetuti ascolti. Il cantante punta troppo su un’interpretazione attoriale, ma non possiede un operatic voice; nelle parti lente, inoltre, non riesce a regalare le giuste emozioni e la proposta musicale del gruppo ne perde in ecletticità (quasi quasi gli preferiamo Alex Vecchi, pur con il suo terribile inglese)! Il nuovo cantante, in definitiva, sfigura di fronte al talento di Viani e Soravia. Questi ultimi sono artefici, all’opposto, di esecuzioni mirabili, così come Bonaccorso alle pelli, e non hanno niente da invidiare ai nomi più blasonati del mainstream.

Consigliamo “Madness in Mask” agli amanti del prog. metal viscerale, non solo tecnico, sulla falsa riga di band italiane come Adramelch, Black Jester, Empty Tremor ed Evil Wings.

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