Recensione: Make Me Evil
Pirate Metal, Thunder Metal, Kawai Metal … anche Iperthrash e Pizza Thrash (e non citiamo quelli veramente strambi) … ed ora pure Witch Metal. Accidenti, quando i Venom hanno dichiarato che il loro era “Black Metal”, riferendosi agli espliciti testi blasfemi e satanici, senza volere hanno dato il via ad un bel casino.
Prima c’era solo l’Heavy Metal, una costola dell’Hard Rock meditabonda ed oscura e dai suoni più grevi, poi si è chiamata Speed la sua parte più veloce e sporca, dopo ancora si è identificato con Thrash l’incrocio “Metal + Hardcore”, da cui è successivamente derivato il Death … e via così, nomi a tonnellate! Ora ci districhiamo tra una miriade di generi la cui linea di confine, tra alcuni di loro, è veramente labile: basta l’uso di strumenti inusuali, un modo particolare di gestire le orchestrazioni e le contaminazioni con altre correnti e … Tac! il nuovo genere è pronto per essere sfornato. Nella realtà, molte volte, queste etichette vengono utilizzate solo per pubblicizzare la propria band, senza che, di fatto, sia stato dato corso a qualcosa di effettivamente nuovo dal punto di vista sonoro.
Così e per i tedeschi Space Parasites, che dicono che il loro è, appunto, “Witch Metal”, visto come si addentrano, con le proprie tematiche, in territori inquietanti e mistici, dal clima agitato e oscuro.

A sottolineare l’affermazione è la voce particolare della cantante Nadine “Danger Dine” Beise, una via di mezzo tra quella della strega Bacheca nemica di Braccio di Ferro e quella dell’improbabile gemella di Christopher Bower. Peculiarità che è anche un’arma a doppio taglio per gli Space Parasites, in quanto il suo ringhio scartavetrante necessita di un po’ di tempo per farci l’orecchio (in verità, all’inizio degli anni ’80, pure a quello di Sabina Classen ci siamo dovuti abituare, cosa che in quel caso ha indubbiamente funzionato), purtroppo però, con il metodo fugace di ascolto online, oggi è proprio il tempo quello che manca. D’altro canto, è innegabile che la sua malvagia teatralità, che rende tutto maledetto, fa da marchio caratterizzante della band in un periodo in cui distinguersi non è facile.
Per il resto, quello di ‘Make Me Evil’, terzo loro album che vedrà la luce il 6 giugno 2026 via Fetzner Death Records, è uno Speed Metal sporco, robusto e lanciato a tutto vapore, che inasprisce il sound che sta tra quello battagliero e d’arrembaggio dei Running Wild e quello chiassoso e da taverna degli Alestorm, con qua e là punte divergenti verso il Thrash di Exodus, Slayer (più che altro per qualche attacco ritmico) e dei conterranei S.D.I. del periodo di ‘Sign of the Wicked’. In mezzo i soliti Accept, Judas Priest, Saxon, ecc.
Nulla di miracoloso, i cliché abbondano (tra i quali l’intro che è il milionesimo temporale … a noi metallari il sereno proprio non piace …), ma comunque il tutto è fatto abbastanza bene, con toni roventi e marcati, velocità “oltre la sfera del tuono”, ambientazioni sinistre e inquietanti e qualche bel colpo di scena, con pochi momenti fastidiosamente confusionari o troppo movimentati (che, magari, una produzione più attenta poteva evitare).
Un intenso lavoro cordofono, dato dalla somma di chitarre taglienti + basso pulsante, crea un attacco sonico continuo e senza sosta, incrementato da una batteria temporalesca, con un bel bilanciamento tra parti armoniche, melodie e riff portanti e battaglieri. Il risultato è un sound ruvido ma granitico, parecchio esplosivo. Peccano un minimo gli assoli, non tanto per qualità, ma per numero: se ne perde letteralmente il conto, sparsi ovunque ed in qualche canzone ce ne sono troppi.
Tra le 10 tracce (+ intro) che compongono il Full-Length si evidenziano l’epica Title-Track, la successiva ‘Bedeviled Witch’ iperveloce ed avvincente, ‘How Often’, vagamente commerciale ma dal buon tiro, modello singolo per essere ascoltata un po’ da tutti, ‘Hostiles’, di nuovo velocissima e dirompente e ‘She’, un inno da epica battaglia e massacranti circle pit.
Concludendo: ‘Make Me Evil’ è un lavoro onesto e più che discreto, che si ascolta volentieri una volta che ci si è abituati alla voce. D’altronde è proprio lei la caratteristica che lo toglie dall’anonimia … poi, da lì ad aver inventato un nuovo stile ce ne passa, ma possiamo accontentarci ed aspettare il prossimo lavoro con viva curiosità.
