Recensione: Manic Impressions [Reissue]

Di Marco Tripodi - 4 Dicembre 2019 - 8:00
Manic Impressions [Reissue]
Band: Anacrusis
Etichetta:
Genere: Thrash 
Anno: 2019
Nazione:
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80

Meritoria opera di ristampa da parte di Metal Blade che tira fuori dal cilindro borchiato i quattro album (sarebbe meglio dire le quattro gemme) degli statunitensi del Missouri Anacrusis. Anno di fondazione 1986, periodo di attività 1988 – 1993; all’indomani dell’uscita di “Screams And Whispers” la band si scoglie, senza lasciare biglietti esplicativi ai posteri. Forse gli anni ’90 avevano mietuto l’ennesima vittima, forse il ciclone di incombente musica alternativa, crossover, industrial e grunge aveva finito con lo sfiancare pure gli Anacrusis – per quanto si trattasse di una realtà eterodossa ed iconoclasta in seno al thrash metal – forse semplicemente gli introiti erano pochi, i ragazzi avevano litigato, il sacro fuoco si era affievolito o un posto sicuro in banca aveva dato il colpo di grazia al sogno di vivere di musica. Fatto sta che sugli Anacrusis cala il sipario fino al 2009, quando esce una compilation (CD + DVD) a titolo “Annihilation Complete: The Early Years Anthology“. L’anno successivo vede la luce “Hindsight: Suffering Hour & Reason Revisited” che, come recita lo stesso titolo, vede il recupero dei primi due lavori interamente ri-registrati, con l’aggiunta di un paio di bonus track. Nel 2012 un’altra raccolta, mentre sul mercato i bootleg della loro intera discografia saltano fuori come funghi.

Manic Impressions” – che esce l’anno dopo “Vanity /Nemesis” dei Celtic Frost e ne ricalca molto da vicino l’artwork – è un gran bel disco. Decisamente ostico a primo ascolto, come tutto il materiale composto in carriera dai nostri, che per altro hanno via via ingarbugliato le proprie trame sonore mischiano l’aggressività del thrash ad un’attitudine progressive, senza per questo mai perdere in veemenza e nemmeno smarrendo l’identità in labirintici cunicoli cervellotici. Siamo già un passo oltre il thrash – attenzione, non fuori – in odore di “post”; gli Anacrusis caparbiamente cercano una propria via personale al genere, scalando la collina e avventurandosi oltre il confine. “Manic Impressions” marcia compatto e forte di una sua coerenza interna, anche se ogni singola canzone mostra una sfumatura diversa e peculiare, dando profondità al concept stilistico della band. C’è spazio anche per una cover, “I Love The World” dei New Model Army, il cui afflato new wave ed il cui ritornello ipnotico si prestano meravigliosamente alla fisionomia cangiante degli Anacrusis.

Paint A Picture“, “Something Real“, “Dream Again“, “Tools Of Separation” sono complicate escavazioni dell’animo, che si spingono in estrema profondità e, nel farlo, smuovono cumuli di emozioni che riaffiorano poi allo scoperto, investendo e sorprendendo l’ascoltatore. C’è spazio per un animo nobile e sensibile nel thrash metal degli Anacrusis, nonostante la timbrica abrasiva e a tratti schizzoide di Kenn Nardi, alla quale fanno da contraltare improvvise armonizzazioni vocali melodiche (ma mai dolciastre) che lasciano senza fiato. Le ritmiche sono in continuo movimento, ostili alla stasi, e può capitare che al tupa-tupa segua magari un arpeggio che stravolge completamente l’umore della canzone, rendendola un caleidoscopio di sensazioni, visioni e suggestioni, tali da trasformare il singolo brano in una parte del tutto e viceversa (figura retorica altrimenti nota come sineddoche). Nelle singole “Explained Away“, “Our Reunion“, “Idle Hours” c’è già tutto l’estro e l’imprevedibilità di “Manic Impressions“, che restituisce in ogni secondo della propria track-list una esplosione creativa pulsante ed irrequieta. C’è sofferenza e vertigine in queste note, il taglio di una lama nella carne che precede il tepore di un balsamo capace di lenire qualsiasi ferita.

Nell’anno (1991) in cui i Coroner erano alle prese con “Mental Vortex“, i Pestilence con “Testimony Of The Ancients“, i Voivod con “Angel Rat“, gli Atheist con “Unquestionable Presence” (stessa etichetta degli Anacrusis, l’inglese Active Records, il cui meraviglioso roster di quegli anni – Artch, Candlemass, Count Raven, Destiny, Dyoxen, Hexenhaus, Obliveon, etc. –  andrebbe coraggiosamente riscoperto e riassaporato), i Watchtower avevano già pubblicato tutto, i Fear Of God avevano esordito con “Within The Veil” e i Believer stavano elaborando una delle prime commistioni (se non la prima in assoluto, perlomeno di tale entità) tra musica classica e metal – che diverrà poi nota nel ’93 come “Dimensions” – gli Anacrusis stavano giocando la propria partita nel magma musicale del cambiamento dell’ultimo decennio del ‘900, lasciando un’impronta importante, nonostante le opprimenti mura dell’underground abbiano sostanzialmente finito per confinarli al proprio interno, senza mai permetter loro di fare il grande salto tra i nomi più blasonati e celebrati. Metal Blade correda la release di quattro bonus track provenienti dalla versione demo dell’album; non c’è più nessuna scusa plausibile per continuare a vivere senza gli album degli Anacrusis, “Manic Impressions” compreso (che, secondo alcuni, è addirittura il loro apice artistico).

Marco Tripodi

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