Recensione: March in to the arena

Di Beppe Diana - 17 Gennaio 2002 - 0:00
March in to the arena
Band: Lone Wolf
Etichetta:
Genere:
Anno:2001
Nazione:
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65

Oramai non è una novità che anche in territorio transalpino si sentano
sempre più odori di come back che hanno dell’incredibile, e così
dopo aver gioito per il nuovo platter dei veterani Nightmares, saluto con smisurato
entusiasmo il ritorno sulle scene dei loro conterranei Lonewolf.
Forse alla maggior parte di voi che leggete questa recensione, il nome Lonewolf
dirà poco o niente, ma chi come il sottoscritto segue con fervida attenzione
le uscite discografiche diciamo minori, si ricorderà di certo del loro
fortunato 7 pollici “Holy Evil”, circa 1000 copie vendute, che fece
circolare prepotentemente il nome della band almeno a livello underground.
Era il 1996 e tutti si aspettavano grandi cose dai Lonewolf, ma la band inspiegabilmente
si inabissò nel nulla più assoluto. Alla luce di quanto ascoltato
su questo nuovo album, il combo guidato dai fratelli Jens e Felix Borner, rispettivamente
voce/chitarra e batteria, ai quali si aggiungono le new entry Dryss Boulmedais
al basso e Mark Aguettand all’altra chitarra, cerca in qualche modo di recuperare
il tempo perduto, e soprattutto una certa dose di credibilità verso i propri
estimatori, con un suono ed un’attitudine veramente incoraggianti. Infatti “March
in to the battle
” recupera in parte il suono tagliente e spigoloso del
loro passato musicale, assestandosi su territori sonori molto vicini al sound
dei Running Wild e dei Grave Digger degli esordi. Anche le linee vocali, ruvide
e poco inclini alla melodia, del buon Jens, pagano il giusto dazio alle lezioni
impartite dei maestri Chris Bolthental e Rock’n’Rolf, e anche se il songwriting
della band transalpina non raggiunge, qualitativamente parlando, picchi straordinari,
gli otto brani ivi contenute si lasciano ascoltare con piacere risultando anche
piacevoli e killer track del calibro di “Pagan glory” o “Towards
the light
” con il loro incedere a tratti speedy, potrebbero fare più
di una vittima fra le centinaia di metal kids nostrani. Unica nota dolente dell’intero
lavoro è senz’altro la produzione che in alcuni frangenti risulta piuttosto
debole e che il più delle volte rischia di tarpare le ali ad una band in
grado di spiccare il volo verso lidi a lei più congeniali.
Un disco tutto sommato onesto consigliato a chi non può fare a meno del
classico german sound dei gloriosi eighties.
Lonewolf welcome home

1- Morbid Beauty
2- March into the Arena
3- Pagan Glory
4- Curse of the 7 Seas
5- Forgotten Shadows
6- Towards the Light
7- Buried Alive
8- Holy Evil

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