Recensione: Memories of Fire
I Fire Magic, dinamico duo proveniente dalla verdeggiante e frastagliata Virginia, tornano sul mercato discografico col loro secondo album, “Memories of Fire”, uscito un mesetto fa a quattro anni dal debutto “Undying Revolt”. Introdotto da una copertina che rimanda all’epopea nordica resa immortale – quantomeno nel mondo del metallo più oscuro e violento – dal mai abbastanza compianto Quorthon (del quale, peraltro, i nostri si professano fedeli discepoli) e da un logo meravigliosamente indecifrabile, “Memories of Fire” propone un black melodico punteggiato da ottimi innesti più classicamente heavy, che ne ammantano le gelide atmosfere con un piglio eroico e trionfale. Ciò diventa evidente se si ascolta il bel lavoro delle chitarre, che guidano l’incedere dei vari pezzi lanciandosi sempre per prime all’assalto e dettandone gli umori a una sezione ritmica precisa e puntuale. Si veda ad esempio in “Break Them Against the Mountains”, alle cui sfuriate si alternano fraseggi caratterizzati da un incedere più melodico e solenne, o in “Leave Me Where I Fall”, interrotta nella seconda parte da un arpeggio malinconico che guadagna corpo fino alla chiusura maestosa. Pollice alto anche per la produzione, più pulita e comprensibile del passato, che senza rinunciare alla cattiveria richiesta dal black della vecchia scuola consente un ascolto meno caotico della proposta degli americani.
Le sette tracce che compongono l’album rimangono sempre legate a una matrice black ruvida e sferzante, ma la forza di “Memories of Fire” sta nel fatto che questa matrice viene continuamente screziata da elementi estranei che ne alterano la trama senza per questo renderla indigesta, passando da incursioni dal fare epico e belligerante a rallentamenti minacciosi, senza dimenticarsi di qualche arpeggio sofferto e malinconico qua e là. Questi continui avvicendamenti creano un vortice sonoro magmatico e impudente, che spariglia le carte quanto basta per mantenere alta l’attenzione e coltivare il fomento battagliero per tutta la mezz’oretta abbondante di “Memories of Fire”. È vero, i nostri non inventano nulla, ma ciò nonostante va dato atto al duo statunitense di aver creato una serie di tracce solide e ben strutturate, i cui sviluppi e cambi di atmosfera – per quanto prevedibili, in taluni casi – si rivelano sempre appaganti ed indovinati, contribuendo a confezionare un lavoro di sicuro impatto ed abile a sfruttare il meglio dei due mondi da cui attinge (come nell’ottima “Siege of Eternity” o in “Shadows on the Storm”, dalle arrogantissime fiammate eroiche). E non è cosa da poco.
Penso si sia capito che “Memories of Fire” mi è piaciuto molto: sono certo che farà parte dei miei ascolti per parecchio tempo, come sono certo che farà la felicità di molti amanti del black metal melodico grazie al suo piglio agguerrito ed eroico.
