Recensione: Mephitic

Di Daniele D'Adamo - 24 Luglio 2020 - 0:01
Mephitic
Band: Ahtme
Genere: Death 
Anno: 2020
Nazione:
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67

“Mephitic”, seconda prova in studio per gli statunitensi Ahtme. Una band piuttosto giovane (2015) che, con il debut-album “Sewerborn” (2018), aveva già fatto parlare di sé in termini sostanzialmente positivi.

Una formazione difatti dotata di un elevatissimo tasso di tecnica strumentale, in grado di sviluppare in profondità e con coerenza il proprio stile, mediante un approccio totalmente professionale che non lasci nulla al caso. In più, con la dichiarazione – da parte della formazione stessa – di avere inserito vari tipo di aromi sì da rendere la pietanza soddisfacente per ogni tipo di palato. Un’affermazione pericolosa, poiché non è affatto detto – a priori – che il technical death metal proposto risponda pienamente a siffatta filosofia di base.

A onor del vero, non è per nulla immediato rilevare dalle tracce del disco che questa voglia di essere accattivanti emerga come caratteristica peculiare. Al contrario, quest’ultimo pare aderire completamente ai dettami classici del (sotto)genere nel cui territorio scorrazzano i Nostri. Territorio in cui regna la dissonanza, la disarmonia e ove ogni forma di melodia pare essere stata bandita con la pena di morte.

Brent Turnbow affronta le sue linee vocali con una buona personalità, sviscerandola mediante delle semi-harsh vocals che in effetti paiono alla portata di tutti, perlomeno come intelligibilità. La variazione tonale non è nondimeno il massimo, con che ciò che giunge all’orecchio sembra più o meno nascere dallo stesso metodo canoro. Impressionante, a vece, lo spaventoso lavoro svolto alla chitarra da Dalton Harper, che si sobbarca in toto sulle spalle la responsabilità del suono sparato dagli speaker dal combo di Kansas City. Riff su riff si susseguono senza alcuna soluzione di continuità, donando al suono una durezza pressoché granitica. Peraltro senza dimenticarsi di infilare, qua e là, qualche assolo tirato come la lama di un chirurgo per rendere ancora più penetrante il tutto. Craig Bruenger, il bassista, svolge il suo compito senza infamia né lode, evitando di seguire passo-passo l’intricato rifferama del collega ma lavorando sodo per riempire di materia ciò che il resto del gruppo non riesce a compattare.

Un discorso a parte lo merita il lavoro del batterista Jordan Plumer, giacché è qui – a parere di chi scrive – , che si tenta di obbedire all’asserto fondativo di cui più sopra si scriveva. Pur menando il suo strumento come un forsennato, ovviamente mosso da virtuosismi davvero interessanti, egli evita di esagerare con i cambi di tempi, mantenendosi, pure lui, su un livello di comprensione… umana. Il che rende la forma-canzone non particolarmente astrusa, anzi obbedendo ai principi cardini che regolano la composizione di un brano rock. Forse è qui, nell’elaborazione delle canzoni, che gli Ahtme non abbiano voluto esagerare con il livello difficoltà, pur potendolo fare, in modo da creare un insieme che non fosse solamente un astruso elenco di materiale messo giù per compiacere se stessi, bensì qualcosa che potesse abbracciare un’ampia fetta di pubblico.

Nonostante tutto questo, passando e ripassando “Mephitic” per cogliere qualche sfumatura sfuggita in precedenza, la paventata variabilità, che avrebbe dovuto essere la base per un platter gradito da più appassionati, e non solo quelli, del technical death metal, non emerge con la forza che avrebbe dovuto avere. Così, alla fine, non ci si discosta più di tanto da altre produzioni similari.

Invero, una piccola delusione.

Daniele “dani66” D’Adamo

 

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