Recensione: Monarchy Of Shadows

Di Alessandro Marrone - 31 Marzo 2020 - 0:00
Monarchy Of Shadows
Etichetta:Season Of Mist
Genere: Black 
Anno:2020
Nazione:
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72

Quello dell’industria discografica è un business talmente potente che senza che gran parte dei fan se ne accorgano, tira le redini del gioco anche quando si ha a che fare con band dal successo planetario, un traguardo spesso e volentieri raggiunto principalmente per l’impegno profuso alle voci marketing e distribuzione e non soltanto il risultato di una meritocrazia che non è mai divenuta regola, nemmeno nel mondo del metal. Ecco perché alle volte capita di prestare poca attenzione quando vediamo uscire un EP, un ibrido sistemato pressoché a metà timeline tra un disco e l’altro, spesso con una o due canzoni inedite e poi infarcito con qualche cover, versioni alternative o demo di cui la nostra fame di novità se ne farà ben poco. Con questa premessa e per fungere anche da alert in vista del full-length ormai alle porte, gli EP sono divenuti ben presto mera preda di collezionisti o di chi di una band non intende farsi mancare nulla.

Non è questo il caso di Monarchy Of Shadows, che riporta gli americani Tombs sugli scaffali delle novità a circa 3 anni di distanza dal precedente album The Grand Annihilation. Si tratta infatti di un EP della durata di oltre mezz’ora, ma la buona notizia è che sono tutti brani inediti. Insomma, Monarchy assume tutte le sembianze di un vero e proprio nuovo album e difatti è cio che rappresenta anche grazie ad una formazione per tre quarti rimaneggiata e dove vediamo il deus ex machina Mike Hill affiancato da tre membri della death metal band Kalopsia per quello che è anche il debutto in casa Season Of Mist.

È la stessa e lunga title-track che riveste l’onere di mostrare cosa è stato messo insieme da un lavoro che in più episodi ha concesso ai nuovi arrivati di mettere il proprio zampino e di conseguenza aggiungere quei toni più tipicamente death metal a fare da contrasto con le giustamente immancabili partenze in perfetto stile black. C’è tutto, velocità, ferocia, ruvidità delle chitarre ma abbastanza pulizia sonora per distinguere ogni strumento e soprattutto apprezzare la profondità donata dal basso e le varianti emotive servite da parti soliste di chitarra (poche) mai troppo invasive e che mai creano dissapori nei confronti del genere madre da sempre affrontato con uno stile molto personale. Lo si percepisce dalle sfumature vocali impartite dallo stesso Hill, come dalla scioltezza nel piazzare parti lente – quasi doom – a stretto contatto con blast beat e veloci 2/4. Ognuno dei sei brani contenuti nell’EP gode di una forte identità e dimostrano come i Tombs si muovano a proprio agio nelle direzioni offerte da una sezione strumentale compatta e che dialoga già da tempo.

Senza peli sulla lingua i Tombs dimostrano ancora una volta di essere fieri portabandiera di un black metal di stampo statunitense dove non abbracciare la causa del face painting non rappresenti un limite, a condizione che la musica proposta sappia andare a premere tasti magari più lontani dal sound convenzionale e tanto caro ai puristi. Con Monarchy Of Shadows non si ha costantemente la percezione di ascoltare un disco black, provate a prendere un punto a caso di un brano qualsiasi e resterete quasi spiazzati dalla mancanza di quegli appigli classici che ne definiscono l’estrazione stilistica, ma non va visto necessariamente come un limite o come un difetto. L’EP va infatti preso nel suo insieme ed è proprio qui che diventa l’eccezione che conferma la regola, mostrando come un extended play possa ricoprire un ruolo importante nella discografia di una band, non solo in termini commerciali, ma proprio come una tra le tappe cronologiche solitamente considerate principali.

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