Recensione: Mötley Crüe

Di Stefano Burini - 31 Luglio 2011 - 0:00
Mötley Crüe
Etichetta:
Genere:
Anno:1994
Nazione:
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73

I dischi auto-intitolati (dall’ inglese self-titled) appartengono storicamente a due categorie: l’album d’esordio, una sorta di dichiarazione d’intenti da parte di una band che si affaccia per la prima volta sul panorama musicale (vedasi “Iron Maiden”, “Van Halen” e “Bon Jovi”), oppure l’album del rilancio, pubblicato da gruppi già affermati dopo un periodo di prolungata assenza dalle scene, con annessi cambiamenti delle condizioni al contorno (leggasi: mode), oppure a seguito di un cambio di line up, di una reunion o di un altro evento in qualche modo “rilevante”.

Di questa seconda categoria fanno certamente parte “The Cult”, “Metallica” (più noto con il nomignolo di “Black Album”, e anche qui si potrebbe aprire un interessante capitolo sugli album “monocromatici”) e l’omonimo dei Saints Of Los Angeles targato 1994, tutti lavori stilisticamente molto distanti dal trademark classico delle rispettive band ma uniti dalla volontà di affermare che nonostante il cambio di abiti e make up “sotto sotto sono siamo sempre noi”, ribadita da quei nomi così altisonanti e carichi di storia campeggianti sulle front covers.

Indubbiamente lo shock per i fan di vecchia data, una volta inserito “Motley Crue” nel player, deve essere stato enorme. I californiani erano stati tra i pionieri del glam/street metal, contribuendo personalmente a creare un immaginario decadente fatto di supermodelle, droga e party sfrenati al ritmo di canzoni hard rock semplici ma efficaci. È tuttavia sufficiente ascoltare l’attacco di “Power To The Music “ per capire che qui la musica è tutt’altra. Heavy metal moderno e robustissimo, che sconfina spesso nel post thrash (qualcuno ha detto Pantera?), nell’industrial e nell’alternative, dominato in lungo e in largo dalla sensazionale voce di un John Corabi che in quanto a potenza e incisività spazza via senza alcuna esitazione i miagolii dell’ambiguo Vince Neil.

Cos’era successo? Sixx, Lee, Mars e Corabi sapevano fin troppo bene che l’epoca dei capelli cotonati e degli spandex era tramontata da un pezzo e, nel tentativo di non affondare con il resto dei gruppi che furoreggiavano fino a 6-7 anni prima e che per le nuove leve dovevano sembrare quanto di più antiquato e demodé potesse esserci allora in circolazione, cercarono senza mezzi termini di ammodernare il proprio sound adeguandolo alle nuove tendenze.

I 5 devastanti minuti di “Hooligan’s Holiday”, moderna, violenta e ispirata come non mai, rendono immediatamente chiaro che, a prescindere da tutto, un intero album su questo livello avrebbe potuto cancellare con un deciso colpo di spugna dieci anni di “Girls Girl Girls” e “Too Fast For Love”. Capolavori, certo, per l’epoca e per il genere proposto, tuttavia, difficilmente apprezzabili in pieno periodo d’esplosione del grunge da quella nuova generazione di teenager che aveva imparato a conoscere il rock duro con gruppi come Nirvana, Alice In Chains, NIN e Sonic Youth e che era d’altronde nel mirino della Ciurmaglia Variopinta.

Tuttavia così non fu: “Motley Crue” ci presentava una band tirata a lucido, con dei suoni (tuttora) all’avanguardia e con un cantante fantastico ed inspiegabilmente sottovalutato, in grado di creare pezzi da 90 come la citata “Hooligan’s Holiday” e le durissime, deflagranti “Uncle Jack” e “Til death Do Us Part”.
Eppure l’album si rivelò un flop. Il nome in copertina era di certo ingombrante come pochi e indissolubilmente legato a un mondo che ormai non esisteva più, ma il vero problema era costituito dal fatto che alle potenziali hit, estremamente omogenee e ben canalizzate in un percorso di stile e contenuti preciso e definito, si alternavano pezzi fuori contesto come la rock ‘n’ rolleggiante “Poison Apples” (forse più adatta all’ugola beffarda di Vince Neil che ai ruggiti di Corabi) o l’acustica “Love Shine”, niente più che riempitivi che non facevano altro che aggiungere ulteriore carne al fuoco senza però incrementare la qualità complessiva.

Scorrendo la tracklist troviamo anche titoli come “Misunderstood”, una sperimentazione soul metal forse non del tutto riuscita ma in ogni caso molto piacevole, e successivamente la discreta “Hammered” che recupera dopo un paio di passaggi a vuoto l’energia del trittico d’apertura seppur non ancora in toto l’ispirazione, che ritornerà prepotente nella spettacolare “Til Death Do Us Part”.

“Welcome To The Numb”, “Smoke The Sky” e “Droppin’ Like Flies” si mantengono sulla scia di un heavy rock di buon livello, distorto e ritmatissimo (Lee e Sixx probabilmente mai così brutali ed incisivi, per non parlare di un Mick Mars che centellina con il contagocce le divagazioni rock/blues), pur senza raggiungere i vertici di “H’s H” o di “Til Death…” fino all’inattesa chiusura, affidata alla graziosa “Driftaway”, una sorta di ballata acustica di buona fattura, di nuovo un po’ fuori contesto in un lavoro che dà il meglio di sé quando pigia con forza sull’acceleratore.

In definitiva un album di medio/alto livello che ha il pregio di costituire una testimonianza non indifferente del vento che tirava in quel periodo, da ricordare per la presenza di 4-5 perle d’assoluto rilievo e tuttavia afflitto dalla presenza di alcuni brani poco convincenti o ancora in parte legati agli ingombranti trascorsi, che ne hanno ostacolato il definitivo salto di qualità.

Nota a margine:

L’edizione rimasterizzata uscita nel 2003 comprende 3 bonus tracks, l’ottima “Hypnotized” sulle tracce dei migliori episodi di “Motley Crue” (e più efficace di altre in esso centenute), l’insipida “Babykills” proveniente dal successivo EP “Quaternary” e di nuovo indecisa tra heavy moderno e hard ‘n’ roll sbarazzino, seppure con risultati migliori di quanto ascoltato in “Poison Apples”, e infine la divertente “Livin’ In The Know”, con un omaggio “distorto” all’hendrixiana “Voodoo Chile” in apertura.

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Tracklist:

01. Power To The Music
02. Uncle jack
03. Hooligan’s Holiday
04. Misunderstood
05. Love Shine
06. Poison Apples
07. Hammered
08. Til Death Do Us Part
09. Welcome To The Numb
10. Smoke The Sky
11. Droppin’ Like Flies
12. Driftaway

Remastered edition:

13 Hypnotized
14 Babykills
15 Livin’ In The Know

Line Up:

John Corabi – Voce e chitarra
Mick Mars – Chitarra
Nikki Sixx – Basso
Tommy Lee – Batteria

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