Recensione: Natura Semper Praevalet

Nati, anzi, nato soltanto nel 2024, il progetto di Oxylus, unico mastermind degli Staghelm, ha già alle spalle due album. A distanza di due anni del debutto discografico con l’omonimo “Subnivium”, è ora il turno di “Natura Semper Praevalet“, il cui titolo, benché in latino, ha un significato del tutto intuitivo.
Evidentemente il Nostro ama viaggiare, poiché il disco è composto da tre lunghe suite composte, appunto, per muoversi nelle meraviglie della Natura. Lontano da tutto ciò che è stato costruito dall’Umanità nel suo lungo percorso lungo i secoli e i millenni.
Questa è un’osservazione importante, poiché ha in sé ciò che serve per dare un nome a quello che contengono le canzoni. Seppure accostato all’atmospheric black metal, “Natura Semper Praevalet” è invece una dolce carezza del post-black metal o blackgaze, così come ciascuno li vuole chiamare. Il filone di Alcest, Myrkur, Saor, insomma, giusto per mettere sulla tavola i classici tre esempi.
Come accade a parecchie realizzazioni della Naturmacht Productions, l’incastro musicale fra i vari strumenti e la voce non è così chiaro come forse dovrebbe. Ma, osservando la questione da un altro punto di vista, è poetico che ciascun ascoltatore possa osservare i particolari della creatura di Oxylus in maniera diversa l’uno dall’altro. Il vento che, come da titolo, sibila gelido in “These Winds Know My Name“, oppure i morbidi, incantevoli arpeggi della chitarra classica che s’abbraccia alle tenui orchestrazioni. Le quali rappresentano un segno caratteristico dell’operato del musicista di stanza nel Regno Unito, per raffigurare la maestosità e bellezza del suo Paese.
Regno Unito che, tradizionalmente, non è così appassionato al post-black metal, preferendo spesso richiami al suo leggendario passato a tinte heavy. Qui no, di ciò che c’è stato, lassù nell’isola, non c’è nulla. Oxylus segue il suo spirito tramutando in note i battiti del suo cuore pieno di passione, pieno di meraviglia per una Terra che, da sola, identifica una delle più incredibili manifatture dell’Universo. E, allora, tocca alla Natura difenderla dagli attacchi dell’uomo, mai consapevole della distruzione che ha operato, che opera e che opererà.
Allora, quasi a urlare la propria rabbia, esplodono improvvisi terrificanti accelerazioni del ritmo sino a sfondare la barriera dei blast-beats. Non fini a se stesso ma che trascinano con essi sia l’agire della chitarra, sia quello del basso. E, naturalmente, lo screaming disperato di Oxylus che, ma non poteva essere altrimenti, rammenta quello del depressive se non suicidal black metal di qualche anno fa. Il tutto, con un impatto notevole, se si prende per mano, nuovamente per un titolo non a caso, “Wrath of the Barked Ones“. Potenza e ira, stavolta.
Poi, improvvisamente, il tono del disco cambia (“Altar of Oblivion“). Declinando verso un profondo stato di desolazione, foriero dell’inevitabile morte. La tristezza prende il sopravvento, il lento incedere del drumming e l’ugola di Oxylus conducono l’immaginario viaggiatore alla fine del tutto. La malinconia avvolge la mente, spinge fuori lacrime amare per tutto ciò che sarebbe potuto essere ma che non è stato. La nostalgia preme sull’anima e la costringe a ricominciare il tragitto appena compiuto, come accade da eoni, guidati sempre dalla voce di Oxylus, stavolta pulita.
Per concludere, “Altar of Oblivion” è un’opera che percorre vari sentimenti ed emozioni, scavando nel contempo un solco profondo nell’animo umano.
Daniele “dani66” D’Adamo
