Recensione: Necropalace
Il progetto dei Worm nasce nel lontano 2012 dalla mente di Phantom Slaughter, talentuoso polistrumentista, a cui si aggiungono Wroth Septentrion (chitarra), Necreon (basso) e CK (batteria). Necropalace vede la luce – si fa per dire – a distanza di cinque anni dall’ultimo (e ottimo) full-length, Foreverglade.
La bellissima copertina è opera di Andreas Marschall e rende omaggio alla tradizione della band, riproponendo una versione anni ’70 di Dracula seduto sul trono di una sala di un castello in pietra, in cui appare un Drago, ribadendo, in un certo senso, il legame tra l’ordine del medesimo e la figura del vampiro.
Necropalace si compone di sette tracce per un totale di un’ora di ascolto, con brani di notevole durata rispetto agli standard del genere, come da costume dei Worm. Questa lunga attesa è stata foriera di una maturazione nel sound della band, che palesa un ulteriore step evolutivo rispetto a Foreverglade senza sconfessare le proprie radici musicali, ma integrandole con un elemento che rappresenta un corollario ben riuscito: l’uso delle tastiere si fa più massiccio, ha un ruolo decisivo nella creazione delle atmosfere, e va a rappresentare il fiore all’occhiello di Necropalace. I Worm attingono sempre dal loro background musicale, un blackned death metal con una forte componente doom, ormai evoluta in parte sinfonica, con un uso radicato di tastiere, non più relegate a margine della composizione, ma con un peso notevole, talvolta dominante. E già dalle prime note abbiamo accortezza di ciò: Gates to the Shadowzone è un’intro che riprende le atmosfere care ai Cradle of Filth, rielaborate in chiave Worm, con un tessuto di chitarre che ne personalizza il sound. La title-track – e primo singolo – concretizza quanto affermato poco fa: riff di tastiere orecchiabile quanto inquietante, con una voce che sembra sussurrare morte nelle orecchie di chi ascolta, con un tessuto che attinge alla storia del quartetto americano. Halls of Weeping è la massima espressione del cambiamento: lenta e funerea, gli accordi sono granitici, possenti, e ben amalgamati con le tastiere. Il nuovo corso dei Worm ha fatto riluccicare ancor di più l’oro che era nascosto nelle tenebre: ne è un esempio The Night Has Fangs, in cui le chitarre sono trionfali e tessono armonie affilate come i canini di un vampiro, in grado di lacerare qualsiasi vena. Dragon Dreams ha sonorità quasi “medievali”, ma nel loro senso più oscuro: una cupezza opprimente, perfetta sintesi tra elemento atmosferico ed elettrico, che esalta una tragica quanto maledetta epicità. I toni diventano più oscuri con Blackheart e raggiungono il loro apice, diventando una nera e decadente poesia. L’ultimo brano, Witchmoon: The Infernal Masquerade, vede la partecipazione dell’ex Megadeth Marty Friedman, ed è una composizione imperiosa e pomposa, regale nella sua sanguinaria crudeltà e mostra il lato più elegantemente oscuro dei Worm.
Necropalace rappresenta una precisa e ponderata scelta artistica, ovvero quella di intraprendere un sentiero chiaro e deciso, prendendo la direzione verso il symphonic metal in perfetto stile anni ’90 a forti tinte gotiche, che hanno in sé una cupa teatralità. In questo nuovo corso, proprio l’innovazione – ovvero l’introduzione di un uso maggiore delle tastiere – risulta essere particolarmente azzeccata, con tracce davvero godibili in chiave atmosferica, che in alcuni segmenti sembrano vere e proprie colonne sonore di un film horror. Una scelta di questo tipo ha come conseguenza diretta ed immediata un lavoro di produzione di livello superiore rispetto ai precedenti dischi, alzando l’asticella del necessario; tuttavia, andando a cercare il pelo nell’uovo, Necropalace propone brani di una durata eccessiva, con cambi repentini che vanno a penalizzare le sinistre atmosfere create con tanta accortezza e limitandone l’effetto e appesantendone l’ascolto, rendendolo meno immediato.
Resta comunque un disco di notevole valore, che potrebbe rappresentare un punto di svolta nella carriera dei Worm.
