Recensione: Neraka

Di Giuseppe Casafina - 16 Maggio 2020 - 0:00

Il tempo del ‘payback’, termine inglese atto ad indicare il poter raccogliere finalmente quanto seminata nel corso negli anni, per i Necrodeath pare essere ormai davanti agli occhi di tutti già da qualche anno: se con “The Age of Dead Christ” era emersa una convinzione di fondo tipica della vecchia scuola del Metal che si palesava all’ascoltatore in brani vari e altamente ispirati,  con la riedizione di “Fragments of Insanity” ( o meglio dire “Defragments of Insanity”, ma quello era alla fine)  vi è stata anche una convincente rielaborazione del passato, una sorte di ponte particolarmente ben costruito che ha legato passato e presente.

Oggi, nel nefasto 2020, anno pandemico da ogni punto di vista, la formazione genovese ritorna con “Neraka”, un EP pregno di un succoso menù costituito da tre brani inediti, un brano registrato in presa diretta dal vivo e una cover.

Non perdendoci oltre e partendo dalla descrizione delle pietanze più gustose dell’offerta, gli inediti, il tutto si apre con ‘Inferno’, un brano che pare per certi versi la risposta tricolore ai Thrash tedesco che noi tutti conosciamo (echi dei più classichi Destruction e Kreator sono dietro l’angolo). Introdotto da una parte cadenzata degna dei Necrodeath prima maniera per poi evolvere in un mood dal tiro splendidamente genocida tipico della mazzate che a noi metallari tanto piace prendere, ‘Inferno’ è il classico pezzo che ci riconferma i Necrodeath che noi tutti amiamo e conosciamo anche nell’anno più nefasto dell’ultimo secolo.

Echi dei primi Necrodeath post-reunion emergono invece nella successiva ‘Petrify’, con quel suo ritornello che ricorda molte cose incise da Peso & compagnia da “Mater Of All Evil” a venire, il tutto sempre mantenendo un certo mood cadenzato, orrorifico e luciferino.

‘Succubus Rises’, pezzo conclusivo dei tre inediti qui presenti, è un’altra bomba Thrash degna dei tempi migliori della band, tempi che in realtà a mo’ di paradosso paiono essere proprio questi,  dove finalmente la formazione nostrana riesce a far convivere in maniera estremamente coesa sia quel che era che quel che è adesso.  Il brano più semplice del trio, il quale però non rinuncia a quel rallentamento maligno in grado di farci ricordare quelle atmosfere per cui la formazione nostrana è da sempre riconoscibile nel mucchio nonostante il passare degli anni.

La registrazione dal vivo di ‘Flame of Malignance’, versione grezza e dritta al punto di un autentico classico della Necromorte, poco o nulla aggiunge rispetto alla sua controparte studio, ma ha il compito di mostrare a tutti le evidenti abilità live per cui ormai i Nostri sono ben noti.

Ma veniamo alla cover, vale a dire il classico brano che non ti aspetteresti mai da una formazione di questo calibro: è ‘California Uber Alles’ dei Dead Kennedys il brano scelto per essere ‘Necrodeathizzato’ a puntino, miscelato talmente bene allo stile della band qui oggetto di recensione al punto che avrebbe potuto essere tranquillamente spacciato per un nuovo brano inedito e forse nessuno (ok, si fa per dire) si sarebbe mai accorto della differenza. In questa versione, il classico dei punk rocker statunitensi assume un tono oscuro, malato, sapientemente aggiunto da una formazione, i Necrodeath appunto, che pare davvero stia vivendo una seconda giovinezza.

Ma si sa, la musica mantiene giovani, soprattutto se il fuoco della passione brucia dentro ancora come ai vecchi tempi e “Neraka”, EP quindi interessante e per nulla superfluo, funge perfettamente da testimonianza di questo concetto.

Come sempre, bentornati Necrodeath.

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