Recensione: Nothing Changes 20th Anniversary Edition

Di Andrea Bacigalupo - 7 Ottobre 2018 - 22:05
Nothing Changes 20th Anniversary Edition
Band: Solitary
Etichetta:
Genere: Thrash 
Anno: 2018
Nazione:
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70

A metà degli anni ’90 il Thrash non se la stava passando proprio bene, anzi, stava affondando come il Titanic. La maggior parte delle band, che solo pochi anni prima infiammavano la folla a suon di velocità e cattiveria, andavano verso direzioni meno violente, sperimentando sound diversi. Gli esempi più eclatanti sono: i Metallica con gli album ‘Load’ e ‘Reload’ ed i Megadeth con ‘Cryptic Eriting’ e poi ‘Risk’. Nel 1998 anche gli Slayer, fino ad allora ritenuti incorruttibili, si arresero dando alle stampe il controverso ‘Diabolus in Musica’.

In questo clima di arrendevolezza c’era comunque chi non ci stava e voleva tener duro, mantenendo integra la propria fede. Tra questi l’inglese Rich Sherrington che fondò i suoi Solitary nel 1994, con il chiaro intento di suonare Thrash Metal a tutto spiano dando inizio ad una battaglia contro la tendenza di allora.

Dimostrò ciò con due Demo esplorativi e con l’EP ‘The Human Condition’ del 1996 e vinse la battaglia con l’album d’esordio ‘Nothing Changes’ del 1998.

A distanza di vent’anni, dopo l’uscita di due ulteriori platters, ‘Requiem’ del 2008 e ‘The Diseased Heart of Society’ del  2017, la band di Rich, totalmente rinnovata, ha deciso di rispolverare ‘Nothing Changes’,  dando alle stampe una sua nuova edizione maggiormente curata nella produzione per renderlo più aggressivo, con una nuova veste grafica e con i brani di ‘The Human Condition’ come bonus Track.

Oggi, a diciotto anni dalla rinascita del Thrash, con l’approccio più duttile dei fans, che apprezzano sia chi suona ‘vecchia scuola’ ma anche chi sperimenta qualcosa di nuovo, è difficile pensare a quanto fosse coraggioso sforzarsi di andare controcorrente, ma con ‘Nothin Changes’ i Solitary fecero proprio questo.   

L’album sprigiona una buona energia vitale, con forti e netti richiami non tanto al Thrash veloce e graffiante degli esordi, quello degli anni ’80, ma bensì a quello dei Pantera da ‘Cowboy from Hell’ in avanti  e dei White Zombie, la cui espressione della rabbia era data essenzialmente dall’utilizzo della pesantezza dei ritmi cadenzati.

La provocazione è istantanea: il basso che introduce ‘Within Temptation’, prima traccia dell’album, dichiara chiaramente che il Thrash esiste ancora, basta solo crederci. Il brano è esplosivo ed immediato, senza refrain né assolo, in chiaro contrasto con il periodo musicale dell’epoca.

I Solitary non scherzano  e lo dimostrano nuovamente con la pesante ‘The Downward Spiral’ e con la più veloce e determinata ‘A Second Chance’, esprimendo, attraverso una sezione ritmica di pregevole fattura, una furia a quel tempo quasi dimenticata.

La quarta traccia, ‘Bitterness’, è cupa e rassegnata, con una cadenza derivante dai vecchi lavori dei Black Sabbath e con un refrain ‘cattivo come l’aglio’.

Chiude la prima parte la Title-Track, ‘Nothing Changes’, energica, sporca e con un assolo stridente, sa di Groove Metal ma viaggia anche verso il Thrash di un tempo. Un ulteriore prova della costanza dei Solitary nel voler mantenere viva la musica che hanno nel sangue.

Clutching Straws’, breve pezzo strumentale inferiore ai due minuti, spezza il tutto con una melodia dolce ma al contempo cupa e sinistra, che evidenzia la qualità dei musicisti.

Gli ultimi brani ‘No Reason’, ’Twisted’ e ‘Fear’ confermano la dichiarazione d’intenti di non mollare della band, dando una degna chiusura all’album.

Dopo ‘Nothing Changes’ seguono i brani dell’EP ‘The Human Condition’ che, lasciati grezzi come all’epoca, suonano molto potenti e danno un valore aggiunto a questa nuova edizione dell’album d’esordio, disponibile dal 20 di agosto di quest’anno nel solo formato CD e non scaricabile da piattaforme digitali.

Il tempo ha dato ragione alla testardaggine dei Solitary: qualche anno dopo i vecchi leoni sono usciti fuori dalle tane ed a essi si sono aggiunti una miriade di nuove band, facendo uscire il Thrash dallo stato di torpore e ridandogli una la linfa che ancora oggi lo tiene vivo.  

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