Recensione: Of Thruth & Sacrifice

Di Daniele D'Adamo - 20 Marzo 2020 - 0:01

Della verità e del sacrificio. Ricerca della verità, in un’era dominata e confusa dal proliferare delle fake news. Sacrificio, indispensabile onere per arrivare a essa. Due concetti strettamente collegati fra loro che gli Heaven Shall Burn suddividono in due dischi distinti, della durata di quarantotto minuti ciascuno. Un’Opera ciclopica, “Of Thruth & Sacrifice”, nono LP in carriera, che spiega il perché del silenzio della band negli ultimi quattro anni (“Wanderer”, 2016). Uno sforzo compositivo titanico che, nella ricerca della diversità dai soliti cliché, si è avvalso del compositore Sven Helbig (Rammstein, Pet Shop Boys) nonché del direttore d’orchestra Wilhelm Keitel.

La possibilità di aver potuto usufruire sia di un lasso di tempo notevole, sia di aiuti esterni, ha certamente portato a una diversificazione di uno stile già abbondantemente consolidatosi nel corso dei lustri; anche se questo processo di cambiamento si poteva già percepire nel ridetto “Wanderer”. Inoltre, il notevole apporto melodico alle canzoni, nonché l’utilizzo di tastiere e di musica elettronica, vera mania degli artisti tedeschi, inclini a questa fattispecie musicale sin dai tempi dei leggendari Kraftwerk – anni settanta.

Quanto sopra non deve tuttavia indurre a pensare a un depotenziamento dell’energia scaturita da Marcus Bischoff e dai suoi quattro compagni. Assolutamente. Sin da subito tracce come ‘Thoughts and Prayers’, ‘Eradicate’ e ‘Protector’ mostrano una formazione in gran salute, dai meccanismi perfettamente oliati dall’esperienza e, perché no, da un talento tecnico/artistico che erge gli Heaven Shall Burn, almeno a parere di chi scrive, a essere – non solo nel campo del deathcore – una delle migliori band a livello mondiale, sicuramente la numero uno entro i territori europei. Non solo. Dette canzoni esprimono, anche, una forza erculea e un impatto sonoro da spezzare le ossa. Una partenza a razzo, insomma, nella pienezza di un sound semplicemente esplosivo, forse definente il limite superiore cui si può ambire avvalendosi della più moderna tecnologia messa oggi a disposizione.

La maestosa ‘Protector’ mostra finalmente un lato più melodico ed elettronico del suono del quintetto della Thuringia, seppur sostenuta, sempre e comunque, da una potenza straripante. L’impressionante capacita di Bischoff di modificare praticamente in tempo reale il suo modo di cantare (growling, harsh vocals, screaming, clean vocals) è il valore aggiunto di un act che ha raggiunto vette altissime di qualità complessiva. I suoi compagni, di lunga data, sono coesi come il cemento armato, irreprensibili nel fornire una base musicale senza alcun difetto. Piena, possente, precisa, chirurgica, massiccia e così via, foriera di un elenco di aggettivi che non finirebbe più. Chitarre perennemente all’attacco con riff quadrati, secchi, circolari. Batteria che viene pestata a gran lena da Christian Bass, il quale non si esime certamente di superare la folle barriera dei blast-beats (‘What War Means’). Basso che romba come un tuono in lontananza, per donare al sound uno spessore di chilometri.

L’hit ‘Übermacht’, anch’essa devastante, contiene tuttavia al suo interno dei passaggi armonici davvero azzeccati, molto orecchiabili, dal mood vagamente drammatico o meglio romantico. Retaggio, pure questo della Storia del popolo teutonico. Ciò che impressiona di più, appunto, assieme a tanti altri particolari, è la naturale capacità della formazione di unire la tremenda energia d’urto del deathcore ai mirabili e dolci intarsi tipici della musica classica (‘My Heart and the Ocean’). La suite ‘Expatriate’ è lì, a dimostrarlo con la morbidezza del suo pianoforte accompagnato dalla sezione ad archi, mentre l’energia del suono sale esponenzialmente, con una strutturazione che strizza l’occhio al musical (sic!).

Come s’è detto, il contenuto testuale di “Of Thruth & Sacrifice” è enorme, quasi fosse un poema epico che, grazie alla clamorosa classe del songwriting, trova ideale rispondenza nella musica, come si può ben percepire in ‘Terminate the Unconcern’, chiusa dalle morbidissime, tristissime note degli archi di ‘The Ashes of My Enemies’.

E, con ciò, il viaggio nell’Universo creato dagli Heaven Shall Burn termina la prima tappa.

Che prosegue con la centellinata allegria di ‘Children of a Lesser God’, pezzo che, al contrario della closing-track del CD1, lascia trasparire una calda emozione di speranza. Ancora elettronica in ‘La Résistance’, addirittura sotto forma di trance music (à la Enigma di Michael Cretu, per dare l’idea) che, per com’è concepito il disco, sta vestita a pennello sul medesimo. Insomma, proseguire con il dettagliato resoconto del viaggio che, da ‘The Sorrows of Victory’, porta a ‘Weakness Leaving My Heart‘, diventa a questo punto foriero di noia, oltreché sminuente per una narrazione che difficilmente può riuscire a rendere l’idea della grandiosità del lavoro; poiché il tutto si svolge con la medesima genia, con la stessa grandissima bravura, con identica intensità affettiva. Da ‘March of Retribution’ a ‘Weakness Leaving My Heart’, stavolta.

Gli Heaven Shall Burn, con “Of Thruth & Sacrifice” vanno oltre a tutto quanto conosciuto nell’ambito del metal estremo, riscrivendone la Storia. Una Storia talmente ampia e ricca di accadimenti che non può essere mai tediosa, una Storia che resterà punto fermo anche negli anni a venire come esempio di una band che non si è limitata a svolgere il suo compitino contrattuale ma che si è stremata per andare lassù, ove nessuno pensava si potesse arrivare, ove volano le aquile.

Delittuosamente imperdibile.

Daniele “dani66” D’Adamo

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