Recensione: Ominous Black

Di Daniele D'Adamo - 17 Marzo 2020 - 16:30
Ominous Black
Genere: Death 
Anno:2020
Nazione:
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67

I Trauma fanno parte della 1° pattuglia polacca di band dedite al metal estremo che si sono affacciate sul Resto del Mondo dopo la caduta dei regimi comunisti nei vari Paesi satelliti dell’URSS (Polonia, appunto, Romania, Ungheria, Ucraina, ecc.). Gente tipo i Vader, gli Hate e i Behemoth, insomma. Coloro, cioè, che hanno dato vita a un movimento che può ben definirsi ‘polish death metal’, attivo e ricco di individualità anche in pieno 2020.

Un movimento che produce death metal cupo, dalle tematiche rigorosamente anticlericali (all’interno di una nazione fortemente cattolica), ruvido, secco, spesso e volentieri bagnato nel black metal (cioè, il ‘blackened death metal’). Formato da act di grande esperienza e dotati di eccellente perizia tecnica, assestati su alti livelli di qualità tecnico/artistica.

I Nostri non sono da meno, con il loro ottavo LP – “Ominous Black” – e il loro stile classico, supportato da un’irreprensibile tecnica di esecuzione, ricco di accelerazioni oltre la barriera dei blast-beats e di subitanei rallentamenti. Voce (Artur “Chudy” Chudewniak) stentorea che, richiamando l’anzidetto approccio ortodosso alla questione, si rivela perfettamente intelligibile nel suo roco percorso, lontano da esagerazioni quali growling, inhale, harsh vocals e compagnia… cantante.

Eccellente il lavoro del mastermind Jarosław “Mister” Misterkiewicz, che mulina la sua chitarra erogando grandi quantità di riff duri, rocciosi, quadrati, dall’anima forzatamente – dato lo stile – thrashy. Il riffing si mostra variegato e foriero di oscure visioni di una Terra post-apocalittica, in cui regnano forze oscure e in cui la razza umana scivola in una letale involuzione. Semplicemente mostruoso il rombo del basso animato dalle dita dello stesso Misterkiewicz, devastante onda d’urto mirata a radere al suolo tutto ciò che le sue variazioni di pressione atmosferica incontrano per strada. Il drumming di Arkadiusz “Mały” Sinica, privo di pecche, è estremamente preciso nel dettare i tempi della distruzione, agile e allo stesso possente, mentre disegna pattern che s’incastrano alla perfezione fra i righi musicali degli altri strumenti, voce compresa.

Il combo di Elbląg è coeso, compatto, cementato nelle sue parti, sì da risultare esente da cali di tensione e/o buchi e/o filler. Del resto si tratta di musicisti di grande esperienza, dal retroterra culturale assai esteso, encomiabili nel perseverare nell’accezione più vera del termine ‘death metal’, sì da attraversare i lustri per giungere moralmente intatti sino ai giorni nostri, peraltro lontano dalla vecchia scuola.

L’impianto delle canzoni è dotato di una struttura marmorea, resistente, resiliente, sempre valido stilisticamente nonostante il passaggio di alcune mode nell’ambito del metal oltranzista. Death metal puro, distillato con il fuoco dell’Inferno, che non ha pietà di niente e di nessuno, che va avanti per la sua strada incurante di tutto e tutti. Tuttavia, manca il famigerato quid in più, per cui le le tracce di “Ominous Black” appaiono composte con un metodo un po’ scolastico, cioè a tavolino. Il che toglie un pelo di immediatezza e naturalezza all’opera, in ogni caso abbondantemente sopra la sufficienza nel suo complesso, giacché alcuni buoni brani non mancano, come l’opener-track ‘Inside the Devil’s Heart’ e ‘Among the Lies’.

I Trauma suonano ‘polish death metal’ in modo inappuntabile, alla fin fine, e questo dice tanto. Comunque sia.

Daniele “dani66” D’Adamo

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