Recensione: One Hour By The Concrete Lake

Di Opeth - 12 Aprile 2003 - 0:00
One Hour By The Concrete Lake
Etichetta:
Genere: Progressive 
Anno:1999
Nazione:
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82

Secondo “concept album” per la band progressive svedese Pain of Salvation e secondo capolavoro. Il disco si basa interamente sulle riflessioni del cantante e chitarrista Daniel Gildenlow, autore della maggior parte delle canzoni: parla dei sentimenti e delle esperienze di un uomo che una volta lavorava in una fabbrica d’armi; all’improvviso capisce il male che l’uomo fa contro i suoi simili e contro la natura stessa. E proprio Daniel riesce, con la sua splendida voce, ad infondere sensazioni eccezionali all’ascoltatore, interpretando ogni brano alla perfezione ed esaltando sia i momenti melodici, sia quelli più movimentati. L’album si apre con “Inside”, pezzo di straordinaria bellezza, per le velocissime sequenze di tastiera che accompagnano gran parte dell’opera. La terza traccia è “The Big Machine”, abbastanza lenta ma ricca di sentimento con la voce di Daniel che da normale passa ad un grido vero e proprio e con diversi cori medievali di sottofondo. Si passa così a “New Year’s Eve”, strana canzone, dove basso e tastiera suonano le stesse note, ma con tempi diversi: al contrario delle precedenti “Handful Of Nothing” è molto veloce, con numerosi cambiamenti di ritmo e, anche se nel bel mezzo diventa lenta, non perde la sua potenza e le chitarre diventano sempre più intricate, creando quell’atmosfera magica che accompagna l’intero album: proprio qui la voce di Daniel si esprime in maniera eccezionale, facendo di questa canzone uno dei pezzi più belli dei Pain of Salvation. La sesta traccia è “Water”, che produce la giusta contrapposizione tra le dolci parti melodiche e le complesse chitarre, intrecciate ad alcuni pesanti riffs di batteria. La seguente “Home”, contraddistinta all’inizio da un piano dolcissimo, chitarre distorte e una batteria pesantissima; “Black Hills” è invece più cupa, ma non per questo manca d’emozione e allo stesso modo si può parlare di “Inside Out”, traccia di 12 minuti che si distingue dalle velocissime sequenze di tastiera, dai suoni atmosferici della parte centrale e da uno splendido violino finale.

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