Recensione: Palimpsest

Di Tiziano Marasco - 6 Luglio 2020 - 0:24

Una nuova uscita dei Protest the Hero la aspettavo con trepidazione e probabilmente non ero l’unico. Ma non si tratta di un’attesa delle solite. Certo, i canadesi sono uno dei gruppi di punta tra le “nuove” leve del metal mondiale (anche se ormai sono intorno alle 35 primavere) e quindi una loro nuova uscita scatena sempre una ridda di aspettative. C’è poi da considerare il loro “peculiare” rapporto col musicbiz e il loro modo, spesso stravagante, di promuovere la loro musica – ne avevamo parlato già con l’uscita di “Pacific Myth”. Ma no, l’attesa-parecchio-pesa riguardava essenzialmente lo stato di salute delle corde vocali del cantante Rody Walker: nel giugno 2018 gli eroi canadesi comunicarono di essere costretti ad interrompere le registrazioni del loro nuovo album, che praticamente sembrava essere fatto e finito – e dovrebbe proprio essere il “Palimpsest” di cui qui ci occupiamo.

Non solo, i nostri annullarono anche il tour europeo (di lì a qualche settimana me li sarei andati a ri-vedere a Praga). E il motivo, come da loro stessi chiarito, era che l’ugola d’argento del loro singer stava perdendo colpi, con conseguenze che avrebbero potuto essere fatali.

Di lì in poi non so voi, ma io cercai più volte notizie sullo stato di salute di Walker, un po’ perché ai PTH ci si tiene e un po’ anche perché “oh, poraccio, che sfiga!”

Fatto sta che a due anni esatti da quell’annuncio i cinque dell’Ontario ritornano uniti e compatti – un singolo cambio di formazione dai tempi di “Keziah” – con il loro quinto album (se vogliamo escludere “Pacific Myth”): “Palimpsest”, appunto.

Un disco in linea con la compattezza della formazione – il sound eroico quello è, quello rimane ma un pochino si evolve. Non sappiamo se sia il venir meno di quell’effetto sorpresa che, all’ascolto di “Volition” (o comunque qualsiasi sia il disco con cui avete scoperto i PTH) mi aveva lasciato sbalordito e soprattutto sballottato dall’impressionante alternanza di cambi di ritmo che si succedevano velocità folli. Fatto sta che nelle 13 (in realtà 10 più tre intermezzi) composizioni che animano quest’album ci sia un po’ più d’ordine.

La tecnica, in quantità industriali, è sempre quella. Rimane anche la ricetta vincente fatta di innumeri cambi di ritmo e da certo qual senso per la melodia. Ma sembra che, col passare del tempo, il gusto per la melodia aumenti a discapito della velocità di cambi di ritmo.

Ne sono la riprova i ritornelli di “All hands”, “Little snakes” “Gardenias” – che hanno un vago odore di pseudo-punk da inizio anni zero. Non è chiaro perché, sarà che le linee vocali sono estremamente catchy, sarà l’uso massiccio (novità) degli archi, ma questo sentore non se ne va. Ma ciò premesso, va detto che “All hands”, così come il break melodico di “Little snakes” sono tra le cose più fighe che sentirete quest’anno. E comunque c’è da dire che sentendo il nuovo Psychotic waltz a febbraio mi era venuta in mente “La isla bonita”. Quindi magari sono solo i miei neuroni che sono pronti per la liquidazione.

Tornando ai PTH, pare comunque che ci sia un estensione delle influenze ‘semicomprensibili’. “Reverie” e “From the sky” sono un chiaro riferimento ai Dream Theater, e dopotutto dell’ammirazione dei canadesi per la band di New York ne avevamo già avuto delle premonizioni in “Pacific Myth“. Poi ora che entrambi hanno un singer le cui corde vocali se la sono vista brutta…

Se volete un assaggio dei PTH superagressivi dei tempi di “Scurrilous” e dintorni, puntate tranquilli su “The fireside” (ma anche qui c’è un che di pseudo-punk difficilmente inquadrabile) o sulla opener.

Per il resto, come al solito, occhio ai testi, perché gli eroi canadesi sono una di quelle metal band che ha avuto da dire qualcosa anche con le parole e non solo con la musica. Di fatto, già la copertina col suo cielo rosso sangue e un toro alla carica con una bandiera statunitense squarciata sul corno dovrebbe dare un’idea del fatto che quest’album ha qualcosa da dire. “Palimpsest” in effetti è un concept e a spiegarcelo è lo stesso Walker.

[Il concept del disco] è stato scritto tre anni fa. Trump era appena diventato presidente … e ho iniziato a pensare alla definizione di grandezza(1). E ho la sensazione che la gente pensi che [il disco] parli negativamente degli Stati Uniti, ma non è proprio così; perché la grandezza a cui Donald Trump vuole tornare è quella della vecchia élite: bianchi, maschi, ricchi. Questa è la grandezza dell’America che il resto del mondo considera come il suo tragico difetto. E volevo analizzare questo aspetto delle cose, ma anche parlare della grandezza che in realtà riteniamo propria dell’America. Perché c’è grandezza, c’è bellezza, c’è di tutto. C’è innovazione, c’è una storia incredibile. E volevo discutere sia il negativo che il positivo“.

Fonte Loudwire

A testi non ancora pienamente metabolizzati e in ragione di quello che è successo di là dell’oceano da quando i PTH hanno annunciato l’uscita dell’album, la sensazione è, in effetti, quella di una critica sferzante e precisissima. Tale sensazione viene aumentata da quanto leggiamo su Angrymetalguy, che ha evidentemente assegnato la propria recensione ad un nordamericano:

Ma cavoli, quando hanno annunciato il loro quinto album ad aprile i Protest the Hero non avrebbero potuto immaginare che [l’uscita di] “Palimpsest” non poteva essere più puntuale. Sebbene incentrato su eventi chiave degli inizi del XX secolo in America, il concept si adatta perfettamente al nostro attuale, terribile zeitgeist“.

Per concludere, sostanzialmente, “Palimpsest” presenta i Protest the Hero nella loro formula collaudata, con delle leggere smussature. Di fatto il disco più accessibile dei nostri e, se non impressiona come un tempo per la velocità megafotonica, lo fa con delle linee melodiche davvero strabilianti. Chi non ha mai sentito gli eroi canadesi, comunque, non dovrebbe partire da qui (o comunque dovrebbe cominciare da qua): sarebbe preparato e finirebbe per perdersi lo shock anafilattico causato dall’ascolto nudo e crudo di un “Fortress” o di un “Voliton” . Tutti gli altri possono fiondarsi su “Palimpsest”  a capoffitto. Quanto alla band in sé, i migliori complimenti per aver saputo far fronte alle avversità, uniti al più caloroso dei “bentornati”.

(1) Dal motto di Trump: “Make America great again”

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