Recensione: Panic – 20th Anniversary Edition

Di Stefano Ricetti - 17 Agosto 2020 - 0:30

Partiamo dalla fine: IL NULLA!

Se questo fosse un ­ film americano, le cose andrebbero così: il gruppo rock che sogna il successo, dopo il mega disco con il mega produttore, nel mega studio, con un mega ospite, con un mega dispendio di denaro, arte ed energie, troverebbe fuori dalla porta la fila dei più grandi manager discogra­fici mondiali con in mano contratto e penna per accaparrarsi la band e lanciarla nel ­ firmamento dorato delle superstar, ma quelle veramente super. Le cose sarebbero andate così, perché è il giusto ­finale, anzi l’unico ­ finale, di una storia di crescita, sogni e sacrifici.

Ma qui stiamo raccontando la storia dei Death SS, la strana band italiana implacabilmente diretta da un’Entità che ha degli incomprensibili meccanismi di gestione. O forse, di non gestione. Con i Death SS, nulla accade in modo normale.

E infatti non successe NULLA.

E sottolineo: NULLA!

 

Questo uno stralcio illuminante di quanto scritto a chiare lettere all’interno del libro La Storia dei Death SS 1987 – 2020 (uscito a giugno per Tsunami Edizioni, qui la recensione): dopo l’uscita di Panic non accadde niente. Di eclatante, intendiamoci, a livello di business, perché successivamente a quel disco uscito nel 2000 poi, di cose ne sono successe eccome! Ma non si è palesato il successo, inteso come status, quello che ti aspetti faccia piovere richieste da destra e manca, talvolta addirittura quelle che ti permettono di svoltare.

Tornare su Panic ha lo stesso sapore di un piacevole viaggio lungo l’album dei ricordi. E l’occasione, ghiotta, la fornisce la Lucifer Rising Records/Self Distribuzione, che da poco ha licenziato sul mercato il disco in due edizioni speciali, a festeggiare i vent’anni di età già compiuti.

Panic uscì il 5 giugno del 2000 e le nuove ristampe sono disponibili dal 7 agosto 2020. La prima, intitolata semplicemente Panic – 20th Anniversary Edition e oggetto della recensione consta di un vinile rosso remaster, alloggiato all’interno di una speciale confezione Pop-up raffigurante la band che sorge dalle fiamme una volta aperta la confezione a mo’ di libro, accompagnata da un booklet formato doppio LP con la storia dell’album in lingua inglese e in italiano e tutti i testi sull’altro lato mentre le due centrali sono occupate da una bella foto dei Death SS del periodo.

 

 

La seconda, sontuosa, è Panic – Box – 20th Anniversary Edition, un boxset con copertina lenticolare animata della front-cover, ove si può ammirare la trasformazione di Steve Sylvester nel Dio Pan. Si tratta di un’edizione limitata e numerata a 150 esemplari, con una maglia esclusiva, una nuova edizione del DVD “Let The Panic Begin” e l’LP con confezione pop-up.

Prodotto da Neil Kernon, uomo dal disco d’oro facile, già alle prese con grossi calibri quali Judas Priest, Dokken, Nevermore e Queensryche, registrato nel Texas e masterizzato a Los Angeles, Panic aveva tutte le stimmate del prodotto dal taglio internazionale. Indi, per una volta, una band italiana non doveva guardare all’insù per raggiungere le vette di suono e “botta” che si ottenevano acquistando una release di livello proveniente dagli Usa, Uk e Germania. Ciliegina sulla torta, poi, la presenza di un santone quale Alejandro Jodorowsky in veste di voce narrante nell’intro e nell’outro.

Quando vide la luce, costituì l’ultimo baluardo per l’approdo, in quel periodo storico, del pubblico defender, die hard, ultra ortodosso o come lo si voglia definire, che fino a quel momento, sebbene con qualche leggero mal di pancia per Do What Thou Wilt, aveva contribuito fattivamente a ingrossare le file dei fan dei Death SS, che da sempre vivono questa dicotomia, ancora oggi. Da una parte i nostalgici che adorano i primi passi del gruppo, quelli sepolcrali e in your face e dall’altra tutti coloro i quali si sono approcciati ai Death SS proprio perché combo al passo coi tempi, spesso anticipatore di tendenze in grado di spaziare senza alcun timore di scontentar qualcuno. In mezzo, è proprio il caso di dirlo, quelli che hanno saputo incanalarsi nello stesso solco della band e si sono evoluti in maniera simbiotica naturalmente con lei. Ma la magia dove risiede? Nel fatto che tutte e tre le fazioni molto difficilmente hanno, negli anni, perso numeri significativi. Semai il contrario. Fra i primi c’è gente che borbotta, si lamenta, ha lo sguardo sempre all’indietro ma poi i dischi nuovi se li compra e se il gruppo suona nel raggio di qualche centinaio di chilometri si muove per vederli. Perché i Death SS sono… i Death SS! Unici, non replicabili e amati. O odiati, ma sempre fortemente, visceralmente!

 

 

Tornando ai defenderoni: altro non potrebbe essere stato, d’altronde. Basta spararsi in sequenza a pieno volume “Let the Sabbath Begin!” , “Hi-Tech Jesus” e la title track per beccarsi in pieno petto le mitragliate dell’ascia di Emil Bandera e le mazzate sonore che i Death SS sanno ancora fornire, sebbene con soluzioni tecnologiche d’avanguardia. Non a caso quel trittico sarebbe divenuto pressoché un must da lì a venire in qualsiasi concerto alive da parte del gruppo. Heavy fucking metal fumigante scritto, interpretato e servito nell’anno 2000! Avrebbe avuto senso farlo suonare come nel 1988? Probabilmente no! Indi anche gli ultras dei Death SS che furono – quelli ragionanti, of course… gli ottusi più ottusi manco di fronte a una corte marziale potrebbero anche solo pensare… di pensare, per l’appunto!  – trovarono dentro Panic “i Death SS che volevano trovare”.

Già, perché poi il disco fornisce uno spaccato di quello che diverranno gli Innominabili post 2000: un gruppo attento ai cambiamenti nel mondo della musica e curioso di sperimentare, aprire nuove strade e prendersi dei bei rischi, rimettendosi perennemente in gioco. L’utilizzo dell’elettronica, il gusto della melodia mista a effettistica varia diverrà la cifra del combo maledetto, sebbene la licence to kill non la perdettero mai: “The 7th Seal” (il brano), “Hellish Knights” e “RNR Armageddon” (il brano) stanno li a significarlo, tanto per portare tre esempi!

In quest’ottica “Lady of Babylon” è lo splendido affresco dei Death SS affacciati al nuovo millennio e la cover di “Hermaphrodite” dei Limbo il degno suggello delle nuove sonorità ormai definitivamente metabolizzate, nelle vene di Steve Sylvester, Emil Bandera, Oleg Smirnoff, Kaiser Söse, Anton Chaney.

Panic a suo modo è stato un album epocale, di rottura, non solo per i Death SS ma per l’intero movimento italiano.

Buona riscoperta, fra questi solchi vinilici rossi…

 

Stefano “Steven Rich” Ricetti   

 

 

 

 

 

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