Recensione: Phantoma

Di Luca Montini - 11 Maggio 2024 - 0:00
Phantoma
Etichetta: Napalm Records
Genere: Power 
Anno: 2024
Nazione:
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85

Non è un mistero che gli Unleash the Archers siano una delle band più interessanti degli ultimi anni nel panorama power metal. Il gruppo torna sul mercato dopo una breve pausa, dovuta fra le altre cose anche dalla nascita della prima figlia della cantante Brittney Slayes e del batterista Scott Buchanan, fondatori degli arcieri di Vancouver. Unica variazione in lineup dal precedente lavoro, l’ingresso nelle pagine del booklet quale membro ufficiale del bassista Nick Miller, turnista nei precedenti tour dal 2018. I canadesi hanno saputo negli anni confermarsi con album cangianti, dal death (bruttino?) del primo album al power metal turbo-nerd (ingenuo almeno quanto gustosissimo per i tanti appassionati di D&D come gli UtA) di Demons of the Astrowaste (2011), all’epic-speed travolgente di Time stands Still (2015) sino al power più epico di Apex (2017) e Abyss (2020), entrambi narranti la Saga dell’Immortale, con quest’ultimo che si differenziava dal diretto predecessore per l’aggiunta di synth ed elementi di musica elettronica, forte della consueta velocità supersonica delle esecuzioni, della pulizia tecnica delle asce di Grant Truesdell e Andrew Saunders, del drumming rifinito di Buchanan e della voce sempre più matura e consapevole della Slayes.

Con Phantoma la band presenta un nuovo concept, basato sull’intelligenza artificiale (anche se concepito, a detta della band, qualche tempo prima dell’esplosione dell’IA generativa al centro del dibattito pubblico degli ultimi mesi): Phantoma è un’unità di Fase 4 / Network Tier 0 – modello A: il racconto distopico narra le avventure e la ricerca della macchina che attraverso le sue esperienze acquisisce coscienza e conoscenza della devastazione da parte dell’uomo del pianeta Terra. Una critica sociale sul mondo automatizzato che il robot non può che risolvere soltanto in maniera umana, troppo umana: attraverso la vendetta, contro le ormai ben note tre leggi di Asimov. Nonostante le controversie scaturite, la band dichiara senza remore di aver utilizzato l’intelligenza artificiale anche in alcune fasi di produzione di Phantoma, come appare evidente nell’uso dell’IA generativa nel videoclip di “Green & Glass, apripista dell’album.

Unleash the Archers 2024

 

Il lavoro è stato missato e masterizzato da una garanzia come il danese Jacob Hansen (Hansen Studios), prodotto dal chitarrista e songwriter principale Andrew Kingsley. A distanza di quattro anni dall’ultimo disco, a giudicare dai primi singoli rilasciati, la band sembrava aver ridotto notevolmente la velocità per adagiarsi su mid-tempo meno energici e ben lontani dagli ultimi lavori, privati ad esempio delle tirate in doppia cassa, con l’evidente taglio del grido di battaglia che si palesava all’inizio dei brani, vero marchio di fabbrica degli Unleash the Archers. Singoli che, per molti versi, non riescono a rappresentare appieno le sfaccettature e la complessità compositiva di Phantoma, forse selezionati in maniera poco avveduta, forse scelti intenzionalmente per polarizzare le opinioni del pubblico.
L’offerta degli Unleash the Archers non è mai stata così ricca, e Phantoma, nella sua interezza, è qui per dimostrarlo: il grido di battaglia tanto atteso si rinnova nella tiratissima titletrack “Ph4/NT0mA”, che nei suoi sei minuti e trenta ci restituisce le vibrazioni alle quali i canadesi ci avevano tanto abituati. Bellissima anche la successiva “Buried in Code”, che rilancia l’immancabile cavalcata maideniana e le consuete chitarre armonizzate, sempre arricchite dai solos al fulmicotone e dal riffing elaborato di Grant e Andrew e supportate dai synth che conferiscono al disco il suo aspetto più elettronico e digitale, in linea con il concept.

Phantoma si dimostra più oscuro in molti passaggi rispetto ad Abyss, con momenti epici ed opprimenti come nella litania del refrain di “The Collective” o nell’incedere cadenzato e sofferto di “Seeking Vengeance”, altra highlight dell’album. Sorprendenti ed inattesi arrivano invece i brani più melodici come “Gods in Decay”, con le sue gustosissime tastierone ottantiane, e l’AOR sfrontato di “Give It Up or Give It All”, indubbiamente il brano più sbarazzino dell’intera discografia degli Unleash the Archers.
Altrettanto inaspettato il brano di chiusura “Blood Empress”, un industrial metal moderno e affilato che potrebbe ricordare i nostrani Lacuna Coil, con i chitarroni ribassati, impreziosito dalla personalità della performance vocale di Brittney. La band è protagonista di una prova superlativa, dimostrando una crescita davvero significativa sia sotto l’aspetto tecnico che sotto quello compositivo, in un trend già evidente dagli ultimi lavori, ribadendo la propria scintillante posizione nel firmamento del metal contemporaneo.

Candidato naturale tra i migliori album power dell’anno in corso, Phantoma degli Unleash the Archers è un epico viaggio di cui sentivamo il bisogno,  l’ennesima dimostrazione dell’ispirazione e delle doti tecniche e compositive dei canadesi, capitanati dalla carismatica Brittney Slayes; una band mai uguale a sé stessa, capace di sorprendere ed emozionare, anche nell’era dell’intelligenza artificiale.

I long to be free at last
Searching inside me to find
Phantoma
No more holding to the past
The future in front of my eyes
As Phantoma

Luca “Montsteen” Montini

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