Recensione: Phenotype

Di Stefano Burini - 2 Marzo 2016 - 1:00
Phenotype
Band: Textures
Etichetta:
Genere: Progressive 
Anno: 2016
Nazione:
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75

I Textures non hanno (ancora) la fama di altri gruppi più à la page, tuttavia, grazie ad una militanza piuttosto lunga in rapporto all’ancor giovane età e ad almeno un paio d’album che definire seminali sarebbe riduttivo, possono affermare senza timore di smentita di essersi guadagnati sul campo il titolo di “padrini del djent”.

Già, perché prima che gruppi come Periphery e TesseracT iniettassero nella formula fortissime dosi di melodia unite ad elementi mutuati dal progressive, i Textures, assieme ai SikTh erano tra i pochissimi ad aver interiorizzato la lezione dei Meshuggah per poi iniziare a rielaborarla secondo il proprio stile verso nuovi orizzonti.

“Polars” e “Drawing Circles”, usciti a metà anni 2000, erano due dischi per certi versi ancora acerbi ma già in grado di fornire moltissimi spunti successivamente divenuti dei veri e propri stilemi di base di tutta la corrente djent negli anni successivi. 

Con il successivo “Silhouettes” gli olandesi iniziarono ad ampliare il discorso, inserendo nelle tipiche partiture spezzettate di matrice mathcore, tutta una serie di piccoli (grandi) accorgimenti finalizzati ad incrementare la profondità del sound lavorando di fino sulle atmosfere e su una maggiore ricerca melodica. 

Replicare un lavoro di questa portata, in pratica il vero spartiacque nella discografia della band, non è tuttavia cosa semplice nemmeno per un act talentuoso quale i Textures hanno dimostrato di essere. Tant’è vero che il successivo “Dualism”, pur risultando a conti fatti un disco assolutamente notevole, patisce il confronto con il suo predecessore. Nel tentativo di dare un ulteriore spinta all’evoluzione del proprio sound, e complice l’avvicendamento al microfono tra Eric Kalsbeek e il nuovo vocalist Daniël de Jongh, la band di Tilburg gioca la carta della virata verso il *core, ammorbidendo la proposta (si ain termini di sonorità, sia in termini di complessità) e inglobando tutta una serie di influenze che hanno finito per “americanizzarne” parzialmente la proposta (facendo peraltro gridare allo scandalo e al tradimento molti fan della prima ora).

Che cosa attendersi, dunque, da Bart Hennephof e compagnia a ben cinque anni di distanza dall’uscita di “Dualism”? Fin dal primo ascolto del singolo “New Horizons” appare evidente come l’evoluzione del sound sviluppatasi con i due precedenti album sia giunta ad un nuovo punto di equilibrio. La produzione è decisamente più pulita e levigata di quanto non sia mai stata finora, al punto che il tipico sound rugginoso degli esordi lascia spazio a distorsioni ancora sferraglianti ma più corpose, piuttosto vicine a quanto proposto dalle altre band giunte alla ribalta nel genere negli ultimi anni. Si potrebbe in sostanza parlare di una sorta di “influenza di rimando”, un po’ come capitò per gli In Flames: ispiratori di tutta la corrente melodic death/metalcore sin dagli anni ’90 hanno finito per inglobare nella loro proposta tutta una serie di tratti distintivi a loro medesimi ispirati ma portati alla ribalta da band più recenti. 

“Phenotype”, primo  capitolo di un doppio album che troverà compimento con l’uscita del secondo capitolo “Genotype”, non può tuttavia essere etichettato come un “banale disco metalcore”: che Diavolo, sono pur sempre i Textures! A ben guardar… pardon sentire, la ruvida “Oceans Collide” apre l’album con la giusta dose di violenza, con la voce e tutti gli strumenti lanciati a tutta potenza in un vero e proprio assalto all’arma bianca al ritmo di riffing arcigni e sfuriate thrash vecchio stile di pregevolissima fattura.

Della successiva “New Horizons” s’è detto, tanto vale allora passare alla granitica e decisamente thrash/hardcore-oriented “Shaping A Single Grain Of Sand”, di nuovo molto curata – sia dal punto di vista compositivo, sia dal punto di vista vocale grazie all’ottima performance di de Jongh.

Thrash, hardcore, metalcore… ma il prog da sempre parte integrante della proposta  degli olandesi che fine ha fatto? Un po’ di pazienza: basta ascoltare la spettacolare “Illuminate The Trail” per trovarne a bizzeffe nelle ritmiche, nei repentini cambi d’atmosfera e nelle funamboliche fughe strumentali disseminate qua e là lungo tutti gli oltre sette minuti di durata. Top track.

Dopo l’intermezzo costituito da “Meander”, con “Erosion” i Textures continuano a fare sul serio: prog, thrash, metalcore, spettacolari partiture vocali (con più d’una strizzata d’occhio ai Periphery) e un’ottima capacità di amalgamare tutti gli elementi in quello che può essere senza timore di smentita definito un ottimo esempio di “metal moderno”. “The Fourth Prime” è poi dura e incazzata, in grado di concedere qualcosa alla melodia solo sull’elaborato refrain, ma pur in presenza di alcuni passaggi strumentali notevoli, onestamente non in grado di eguagliare le vette altissime raggiunte da “Illuminate The Trail”.

In viaggio verso la conclusione, incrociamo la soave “Zman”: solo pianoforte e sintetizzetatori al servizio di un intermezzo di grande atmosfera per certi versi accostabile ai Dream Theater di “Wait For Sleep”, il corretto preludio per la conclusiva “Timeless”, praticamente a metà strada tra TesseracT e il Devin Townsend dei primi duemila, piacevole ma con un retrogusto derivativo che in casi simili lascia sempre un pochettino d’amaro in bocca.

Come avrete già ampiamente intuito, chi non ha apprezzato “Dualism” e in generale detesta il metalcore melodico difficilmente potrà trovare dei buoni motivi per apprezzare il nuovo nato di casa Textures. Per tutti gli altri, fatte salve le già citate implementazioni a livello sonoro – con tutti i distinguo del caso – “Phenotype” rimane comunque un buon disco di metal moderno, con tre/quattro punte di livello davvero alto (su tutte “Illuminate The Trail”) e qualche momento un filo più di maniera, certamente non all’altezza di “Silhouttes” ma comunque in grado di farsi voler bene.

Stefano Burini

 

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