Recensione: Pitbulls In The Nursery

Di Gianluca Fontanesi - 5 Agosto 2015 - 21:35
Equanimity
Etichetta:
Genere: Death 
Anno:2015
Nazione:
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77

Il metal è un genere che molto spesso tende a galleggiare e a vivere di dichiarata normalità; non è una casa che accoglie facilmente le sperimentazioni a torto, oseremmo dire, e non è un’abitazione fatta per chi non ha voglia di seguirne le ferree regole. I Pitbulls In he Nursery sono cinque loschi figuri francesi che proprio di essere normali non ne vogliono sapere. Di certo il nome non sarà nuovo agli amanti del brutal: Lunatic del 2006 fu un mezzo capolavoro, un debutto folgorante che oggi è un piccolo oggetto di culto per gli appassionati nonostante la recente ristampa ad opera della band stessa. Dopo 9 anni di silenzio i nostri tornano in azione finanziando il nuovo album col crowdfunding ed ecco che finalmente Equanimity giunge alle nostre orecchie! Mettiamo subito in chiaro una cosa: chi cercasse qui un Lunatic parte seconda dovrebbe immediatamente desistere e rivolgersi altrove, perché i Pitbulls In The Nursery hanno semplicemente cambiato genere.

 

Tacciamo anche subito i malpensanti: Equanimity non è reggae, è semplicemente un disco di musica estrema moderna. Gli stilemi brutal sia a livello vocale che nel riffing sono stati sostituiti da ritmiche più serrate e pennate e da un timbro che ha totalmente abbandonato il gutturale in favore di un approccio più hardcore. Se volessimo azzardare un’odiosa etichetta per i più pignoli, potremmo dire che nel 2015 i Pitbulls In The Nursery suonano come i Gojira ma con più tecnica e aperture progressive.

 

Crawling, detto papale papale, said it papal papal, è un vero e proprio capolavoro della musica estrema tutta. Riassume tutti i concetti e gli approcci moderni e non risulta mai prevedibile; i riff spesso affidati a una nota sola si alternano a momenti più virtuosi e il mood spacca le ossa. La parte centrale è da urlo: si passa al prog puro e le clean vocals sono sporche al punto giusto; il ritorno alla parte estrema coi blast beat è brutale e improvviso. Il pezzo sale e scende, martella e accarezza con un secondo ponte questa volta votato alla psichedelia e con un crescendo magistrale che si spegne e si riaccende fino all’esplosione finale che di fatto chiude questi nove minuti di pura libidine sonora.

Rule The Plight mantiene altissimo il livello col suo riff terzinato e le voci che alternano effetti a sporcizia; l’entrata in doppia cassa è devastante e crea quella sensazione di soffocamento che porta a muoversi in maniera scomposta e innaturale, come per cercare una via di fuga. Il pezzo non lascia scampo, è un martello pneumatico impazzito, che colpisce random ogni centro nervoso ma regolarmente; proprio quando la nevrosi è vicina arriva un’apertura ariosa, quasi onirica, che davvero non fa capire niente all’ascoltatore e in un certo senso ci gode anche. Il ritorno alla distruzione risulta poi inevitabile, lo si aspetta e lo si cerca per sfogare tutto ciò che il pezzo ha fatto accumulare; il rilascio dell’energia travolge tutto.

The Oath fa male, malissimo, potete tranquillamente usarla per spolverare in casa; I Pitbulls triturano tutto e tutti con ritmiche serratissime e una prestazione alla batteria che dire notevole è poco. C’è solo spazio per un ritornello melodico quasi necessario, il resto è assalto totale. Anzi no, il ponte raggiunge livelli folli e totalmente inaspettati, la band si diverte parecchio e lo fa capire senza troppi panegirici.

 

Dopo una tripletta di questo tipo, un rallentamento è d’obbligo; Reality arriva puntualmente col suo arpeggio sinistro e sfocia in grandi momenti progressivi sostenuti dalle clean vocals che non risultano affatto fuori luogo, anzi, nel disco sono ben dosate e non stufano mai. Presto il pezzo apre in momenti quasi crossover (abbiamo detto QUASI!!!) e punta tutte le carte su ipnotici saliscendi. Il ritornello in clean non è molto efficace e si rivela il primo punto non azzeccato del disco. Reality è un pezzo che nei suoi 8 minuti di durata dilata molto e non sembra avere le idee chiarissime come le tracce precedenti. Stratosferico il ponte progressivo che però ormai non stupisce più.

 

Interlude è, lo dice il nome appunto, un piccolo intermezzo che non dice assolutamente niente e si rivela decisamente prescindibile. Potremmo impiegare questi due minuti scarsi a dire le previsioni del tempo, o a fare pronostici sul prossimo campionato di calcio con la sigla dell’Almanacco del giorno dopo in sottofondo; preferiamo però puntualizzare la produzione del disco che di certo amatoriale non è e picchia davvero tanto le nostre già martoriate casse. La prestazione della band rimane su livelli alti per tutta la durata del disco e non conosce mai cedimenti né perdita di lucidità.

Insiders è il pezzo più corto di Equanimity coi suoi tre minuti scarsi e pesta come un dannato; ha il solo difetto di avere alcuni riffs che sembrano provenire da Crawling e da The Oath, talvolta suonati in maniera uguale. Molto bella la linea vocale totalmente effettata che è arcigna e allucinata e rende benissimo l’idea.

 

Conspiracy e Soul Bones mettono subito in chiaro il primo è unico difetto dell’album:  l’essere ripetitivo. A questo punto le strutture usate dai Pitbulls sono note e non sorprendono più; il disco quindi inizia quasi ad annoiare nonostante rimanga di qualità altissima e suonato a un livello che molte band potrebbero solo sognare. A volte però non basta, ed Equanimity diventa quasi uno studio sui mid tempo: in fin dei conti non ci si schioda mai da li in tutte le variazioni possibili e fine della storia. Crudo da dire ma è la verità.

Chiudono le ostilità gli oltre dieci minuti di Your Dream’s Not Mine e si rasenta quasi lo skip; il lunghissimo finale mette però in pace gli animi essendo davvero stratosferico e con un velato richiamo a Deliverance degli Opeth.

Tirando le somme, il ritorno dei Pitbulls In The Nursery è si una cosa graditissima e ben riuscita, che però manca di quella marcia in più finale in grado di far diventare grandissima una cosa grande. Chi si accontenta gode e noi godiamo; questa proposta però ha notevoli margini di miglioramento e ci auguriamo che il discorso venga presto ripreso e trasformato in un capolavoro. Gli attributi per poterci arrivare ci sono tutti.

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