Recensione: Progressive Darkness

Di Daniele Balestrieri - 17 Maggio 2004 - 0:00
Progressive Darkness
Band: Moonlyght
Etichetta:
Genere:
Anno: 2004
Nazione:
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78

Nonostante le gelide foreste canadesi abbiano visto nascere i Moonlyght nel lontano 1995, bisogna arrivare fino al 2002 per vedere la luce di questo “Progressive Darkness”, primo album ufficiale del quintetto di Québec City. A seguito infatti della pubblicazione di un solo demo, registrato nell’aprile del 1996, la band non ha fatto altro che subire continui cambi di line-up, che ne ha reso il lavoro singhiozzante, e quindi difficilmente organizzabile. Curiosamente, sette anni dopo la creazione ufficiale, i membri rimasti parte del gruppo sono proprio i più giovani, tutti di un’età compresa tra i 20 e i 23 anni. Dall’unione di cinque menti tanto fresche c’è dunque da aspettarsi un lavoro altrettanto arioso, e per fortuna le aspettative vengono premiate in maniera più che soddisfacente.

Come già accennato, questo disco vede la luce nel 1992, ma viene distribuito unicamente in Canada attraverso la Fusion 3. Dopo circa un anno e mezzo i distributori decidono di allargare la sfera d’influenza della band, portando fino in Europa questo grande lavoro di 7 traccie della durata complessiva di circa 55 minuti.

Il titolo dell’album per una mera associazione di idee porta alla mente il progressive; invece ciò che ci troviamo tra le mani è un prodotto molto differente dalla maggior parte dei generi mainstream. Si tratta infatti di un complesso ibrido tra heavy e folk, inquinato da un miscuglio di influenze che vanno dal power al black, dal progressive al gothic, dal folk all’epic. Una cosa del genere può suonare caotica e impressionante all’orecchio dell’ascoltatore inesperto, eppure a molti non giungerà nuova. Già, poiché album polifonici altamente sperimentali di questo tipo sono già comparsi sulla scena metal mondiale, e in particolare in Scandinavia. Chi tendente più verso il black, chi più verso il folk, band come Borknagar, Solefald, Vintersorg e Asmegin hanno già graziato il metal di lavori di tale complessità e struttura, alcuni rendendoli più piacevoli sfiorando il capolavoro, come Borknagar e Asmegin, altri calcando troppo la mano rendendoli ostici (Vintersorg) o troppo sperimentali, ai limiti del non-metal (Solefald).

Come si piazzano, dunque, questi Moonlyght. Sicuramente, se questo disco fosse uscito ai tempi della creazione della band, avrebbe suscitato uno scalpore non indifferente, e probabilmente avrebbe avuto alterne fortune in fase di critica. Ora che la scena è un po’ più matura, i Moonlyght riescono a occupare comodamente un posto sotto l’ombra diretta delle band scandinave sopracitate.

In particolare, Progressive Darkness fa dell’heavy e del folk polifonico le proprie armi principali. A mò di Asmegin, questo album presenta ogni tipo di voce possibile tranne il growl: uno screaming non troppo estremo, ben cadenzato e melodioso si alterna a voci pulite maschili e voci pulite femminili, spesso in coro, spesso alternate, spesso soliste. Il tappeto musicale metal è classico, con due chitarre, basso e batteria, e in più abbiamo una sontuosa tastiera e tutta una varietà di strumenti classici, dal pianoforte al violino, dalla fisarmonica al flauto. Il tutto è ben amalgamato, e si lascia ascoltare senza troppi problemi. Il tocco folk è immediatamente riconoscibile nelle melodie medievali dell’opener “Fantasy“, che mostra il repertorio di voce femminile, voce maschile, cori di sottofondo, dapprima singoli, poi in coppia, mentre un tamburello scandisce il riff estremamente catchy che accompagnerà gli otto minuti di canzone sotto un balenare continuo di chitarre classiche, chitarre elettriche distorte, screaming maligno e lunghi assoli strumentali, che in più di una occasione si abbandonano in un brusco baratro semi-brutale, per poi riaprirsi sempre e comunque in un giro classico di metal decisamente più orecchiabile per i meno avvezzi alle scene estreme.

Le canzoni proseguono in questo modo, ben bilanciate, per tutta la durata dell’album. Degna di nota, a mio giudizio, e migliore prestazione dell’album, è l’accoppiata “A Tale From a Fantastic Kingdom” e “The Autumn’s Freezing Harmony“, che hanno riportato alla mia mente momenti molto felici della discografia degli Ulver, picchi del black/folk scandinavo come Bergtatt e Kveldssanger, grazie a eccellenti armonie scandite da lunghi pianoforti e interruzioni improvvise di cantato, il tutto coadiuvato da scelte di riff ben bilanciati ed estremamente accattivanti, semplici da ricordare e per questo immediatamente familiari. Degna di nota è anche la monumentale title-track di 12 minuti, che conclude l’album mostrando un songwriting dalle molteplici sfaccettature e dalle innumerevoli trovate stilistiche, il tutto decisamente in barba alla giovane età dei componenti, che sul libretto in verità ispirano tutt’altro che fiducia.

E come al solito giudicare un libro dalla copertina è un errore, e questi Moonlyght hanno sicuramente talento da vendere dietro quell’aspetto di giovani scapestrati, specialmente ora che hanno tutte le carte in regola grazie alla sapiente scelta delle voci e grazie a strumentisti con un’evidente preparazione classica alle spalle. Devo dire, comunque, che nulla mi ha stupito particolarmente di questo album. Anche se il genere proposto, questo miscuglio impossibile da catalogare, risulta abbastanza nuovo nel panorama americano, la Scandinavia anche in questo caso si è dimostrata all’avanguardia, sfornando prodotti dello stesso tipo, ma “prima” e “meglio”. Il paragone immediato con i rivali scandinavi già citati purtroppo vede questi Moonlyght un po’ penalizzati. Piaceranno molto di più ai fans del power e del gothic, anche se non possono definirsi appartenenti a tali generi, piuttosto che ai fans del folk e del black. L’unione di tanti strumenti corteggia insomma più la parte antica, sentimentale, anche un po’ malinconica del metal proposto, più che quella strettamente estrema. Anche se gli ammiccamenti al black sono numerosi, non riescono tuttavia a funzionare a dovere. Insomma, ogni tanto potevano anche essere evitati e il lavoro non ne avrebbe sofferto.

Resta il fatto che quest’album rimane un lavoro di prim’ordine nella scena americo/canadese moderna, nuova a questo tipo di sperimentazioni, e mi sento di consigliarla a coloro che già conoscono questo genere dal lato europeo – con l’avvertenza di non cercare troppi virtuosismi estremi. Questo è un album di ballate che si frantumano senza preavviso, e di romantiche gesta che ora mostrano il proprio volto poetico, ora quello brutale. Giovani sì, ma degni di lode e decisamente da tenere sott’occhio.

TRACKLIST:

1 – Fantasy
2 – The Sceptic Traveller
3 – Ride on Ice Storms
4 – A Tale From a Fantastic Kingdom
5 – The Autumn’s Freezing Harmony
6 – From Honour to Nothingness
7 – Progressive Darkness.

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