Recensione: Revenge. Forgiveness, Recovery

Di Daniele D'Adamo - 25 Aprile 2020 - 0:01
Revenge. Forgiveness, Recovery
Band: Kingsmen
Etichetta: SharpTone Records
Genere: Metalcore 
Anno: 2020
Nazione:
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78

Direttamente dagli Stati Uniti arrivano i Kingsmen con il loro disco di debutto, “Revenge. Forgiveness, Recovery”.

Genere? Metalcore. Che, come da scuola americana, unisce alla melodia una grande dose di potenza. Se si vuole, si può considerare questa unione di concetti opposti, dolce melodia / brutale aggressività, come una sorta di ossimoro musicale. Caratteristico, in effetti, a una grande fetta del metal ma, in particolare, proprio del metalcore. Assieme alla violenza della componente *-core, assolutamente devastante, si trova, diluita in essa a seconda delle ricette, un’armoniosità che, addirittura, può odorare di mainstream.

Un segno particolare che spicca nella proposta dei Kingsmen, capaci di scatenare a terra un gran numero di cavalli (‘World on Fire’) mentre intonano ritornelli che si fiondano all’interno della scatola cranica per non uscirne mai più (‘Until I Departed’). Ecco allora l’ossimoro, a onor del vero non certo originale nella sua strutturazione, essendo, come più su accennato, una tipicità del melodic metalcore – e a questo punto, sì, l’aggettivo ‘melodic’ si può considerare incarnato nelle canzoni che compongono “Revenge. Forgiveness, Recovery”).

Se lo stile, benché perfettamente formato in ogni suo elemento vitale, tale da far sembrare il combo di Providence ben più… anziano di soli quattro anni, si allinea al resto della media della foggia musicale di cui si tratta, il sound no, non segue niente e nessuno. Se ne va per conto suo, in una tipicità che disegna con tratto profondo e scuro una struttura musicale pressoché esente da difetti nella progettazione delle sue membrature e dei suoi nodi.

Non è un caso, infatti, che Tanner Guimond sia un cantante davvero bravo sia con gli stili arcigni tipo harsh vocals, sia con la pulizia della voce così com’è, accompagnata spesso e volentieri dai cori dei suoi compagni; anch’essi tessere essenziale per una buona riuscita di un lavoro di melodic metalcore (‘Waste Away’). Eccellente, pure, il gran lavoro che si sobbarca Tim Lucier in qualità di unica chitarra, quindi al massimo delle sue possibilità sia nella fase ritmica, sia in quella solista o, anche, di accompagnamento con dorati ammennicoli e orpelli di pregevole fattura (‘Tipping the Scales’). Senza sbavature la sezione ritmica a responsabilità di Adam Bakelman e Michael Perrotta, in grado di reggere le fila dei BPM con naturalezza, variando la pietanza ma non solo, spingendo la velocità sino a lambire la soglia dei blast-beats. Il che è piuttosto inusuale quando si tratta di metalcore.

Immancabili i micidiali breakdown che spezzano l’incedere ma soprattutto la schiena (‘Nightmare’). Si tratta di qualcosa di estremamente comune, all’interno delle scuole metal/death-core, ma che tuttavia non dà mai fastidio ma che anzi, almeno a parere di chi scrive, in un’opera di questo tipo deve essere sempre presente, e anche in grande quantità. Poiché si riverbera nella mente come il più appariscente principio di base di una foggia che, grazie a esso, riesce a sfondare anche dal vivo.

Non mancano neppure aliti di malinconia, anche questi insiti, incarnati, adesi alla natura più profonda ed emotiva di “Revenge. Forgiveness, Recovery”; quasi per dargli un’anima, per renderlo vivo, come si può apprezzare nella sentimentale ‘Outsider’, ricca sì di feeling ma anche sferzata da rapidi attacchi al fulmicotone. Di nuovo quell’ossimoro…

A questo punto è chiaro che i Kingsmen siano davvero bravi in tutto: abilità tecnica, capacità di esecuzione e professionale fanno bella mostra di sé, nell’LP. Assieme a un retroterra culturale evidentemente – dati i risultati – spesso ed esteso e, ultimo ma non ultimo, un buon talento compositivo. Quest’ultimo lievito fecondante per la nascita di song dotate di colori diversi, ciascuna memorizzabile con naturalezza e facilità, sempre fresche e quindi mai noiose.

Un’ottima Opera Prima, insomma.

Daniele “dani66” D’Adamo

 

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