Recensione: Rust and Bones
Sesto album per la band tedesca di stanza nel Baden-Württemberg, formata da membri già in attività o ancora militanti in altre realtà della madrepatria a partire dal fondatore e chitarrista Jörg M. Knittel (Dawn of winter ed ex-Sacred Steel), unico membro originario di questo progetto nato come estemporaneo ma che ha saputo darsi una propria identità e una sua continuità nella quasi trentennale carriera nonostante i pochi album pubblicati, in particolare nell’ultimo ventennio per i motivi che citerò dopo. La formazione negli anni è cambiata, soprattutto a partire dal 2006, ma non è cambiato il genere proposto, ossia un death metal old school quadrato, fortemente d’impatto e di chiara matrice albionica, con band quali Bolt Thrower, Benediction e Cancer che risultano essere i principali ispiratori della musica dei nostri. Anche gruppi mittle-europei come Hail of Bullets e Vader o le fortezze floridiane Obituary, Six Feet Under e Morbid Angel possono essere annoverati tra le influenze che si odono maggiormente tra le note degli album del gruppo tedesco.
Dopo aver avuto all’inizio della carriera una certa costanza nelle pubblicazioni, con quattro album sfornati tra il 2001 e il 2006, gli ultimi due invece hanno avuto una distanza di dieci anni uno dall’altro perché, come spiegato da Jorg Knittel, i vari membri hanno dato priorità ai concerti dal vivo e ai vari progetti con gli altri gruppi di appartenenza, per cui questo “Rust and Bones” vede la luce ben dieci anni dopo il precedente “Anger Temple” datato 2016. Presentato con la splendida cover ad opera di Remy Cooper, prodotto dall’inossidabile ex-chitarrista degli Holy Moses Andy Classen e pubblicato dalla conterranea Massacre (con i quali sono sotto contratto dal secondo album), il platter in questione gode prima di tutto di un’ottima produzione (e non poteva essere altrimenti vista la fama dell’ex marito della indimenticabile Sabina), che vede un ottimo equilibrio tra gli attori protagonisti e da cui possiamo percepire un sound sì ruvido e potente, enfatizzato dalla seconda chitarra di Jonas Khalil dei Sacred Steel, ma altrettanto pulito e non sovrastante sul resto degli strumenti e sulla voce di Claudio A. Enzler (Sacrificium, The Malice), che è ben distinguibile e a suo agio con il suo growl vario ed ispirato. Percettibili anche le linee del basso di Roberto Palacios (in opera con gli stessi Enzler e Knittel nella power-epic band Goblins Blade).
Le dieci canzoni che compongono il disco si assestano intorno ai tre/quattro minuti di durata e, come detto, rappresentano la quintessenza dell’old school death metal, per cui la maggior parte di esse sono caratterizzate da un mid-tempo cadenzato e marziale, per cui non è da sottovalutare il lavoro dietro la batteria del nuovo entrante Mario Henning, potente e preciso. I riff sono diretti e carichi di groove e melodia ma non mancano accelerazioni e atmosfere cariche di groove all’interno dei singoli brani. La parte migliore del lavoro è riscontrabile nella prima parte del disco, con le prime sei canzoni molto incisive, facilmente memorizzabili e adatte per essere suonate dal vivo, per cui l’urlo iniziale di “Rust” (“THIS IS RUST!”) apre le danze del singolo e video apripista, cadenzata ed epica al punto giusto, da cantare con il pubblico a squarciagola. Bei riff e altrettanti bei refrain rendono trascinanti anche la variegata “Vengeance is My Brother” e la breve “Deceiver”, mentre “Sinister Warfare” si ispira agli Slayer e non solo per il titolo: qui vi appare anche il primo dei pochi assoli di chitarra, che in tutto l’album si contano sulle dita di una mano ed è un vero peccato lasciare in secondo piano questo tipo di soluzioni, soprattutto in album come questo, carico di groove e parti melodiche che possono dare maggiore enfasi al prodotto finale. In questo sembra proprio di ritrovare i Benediction, e infatti appare come ospite proprio lui, Dave Ingram, nella coinvolgente e ritmata “He Who Never Sleeps”, tra i pezzi migliori dell’album sia per dinamicità che per coinvolgimento emotivo. I temi trattati sono quelli della guerra, come di tradizione della band, con la descrizione dei suoi orrori e con in risalto la negatività del genere umano nella sua meschinità e nella sua miseria. Fino alla brutale “Flammenland” (cantata in lingua tedesca con Michael “TZ” Schweitzer dei disciolti thrashers Pessimist alla voce), il disco gode comunque di canzoni tutto sommato accattivanti, caratterizzate da una certa varietà e freschezza, dopodiché le ultime quattro ripetono un po’ quanto già scritto nella prima parte, per cui si nota una certa scontatezza nel riproporre le stesse soluzioni: “King of Slaves” e “From Ruins I Ride” scivolano via tranquillamente senza lasciare il segno mentre la veloce “When the Abyss Opens” e l’epicheggiante e anthemica “Our Legion, Our Pride” rialzano in buona parte le sorti del disco con riff incisivi e accattivanti seppur non proprio memorabili, ma che tutto sommato mi fanno propendere per un giudizio complessivamente positivo dell’intero album, tanto che questo “Rust and Bones” può tranquillamente essere annoverato tra le migliori uscite dei tedeschi proprio in virtù della buona riuscita delle canzoni e a cui tutti gli orfani dei Bolt Thrower devono dare una possibilità. Certo, non un’opera che splenda per personalità od originalità o che abbia la pretesa di riscrivere i connotati del genere, ma che vuole essere un omaggio e un segno di ammirazione per il death metal e onorarlo nel migliore dei modi: e penso che, da questo punto di vista, in buona parte la band ci sia riuscita.

