Recensione: Sanctuary
A cinque anni da The Bitter Truth gli Evanescence sono tornati, quella stessa band che nel lontano 2003 ha letteralmente sconvolto il mondo musicale con la release di Fallen, le sue diciassette milioni di copie vendute e un eredità musicale che ci ha lasciato alcune delle canzoni più iconiche di quell’intera decade.
Amy Lee oggi attorno a se ha una band completamente nuova (con addirittura un nuovissimo membro entrato in formazione recentemente, ossia la bassista Emma Anzai), ma soprattutto una nuova maturità, una nuova consapevolezza ed un rinnovato fuoco interiore forgiato dagli avvenimenti nefasti che stanno avvenendo attorno al mondo nonché all’interno dei “suoi” Stati Uniti. Sanctuary è anche una apertura da parte di Amy verso nuovi collaboratori e produttori, in questo caso non possiamo non menzionare Jordan Fish (ex- Bring Me The Horizon), Nick Raskulinecz (Foo Fighters, Rush, Stone Sour) e Zakk Cervini (Limp Bizkit, Blink-182, Machine Gun Kelly e molti altri). Insomma un team di produzione che vanta dei nomi importantissimi, Jordan Fish soprattutto che crediamo porti molto del suo sound in questo lavoro. Difatti l’ex-BMTH e guru del metal moderno ha sicuramente contribuito a portare in Sanctruary delle sonorità vicino a quelle di alcune band e artisti che tanto stanno spingendo il metal dal punto di vista artistico e commerciale degli ultimi anni ; stiamo parlando di un’artista come Poppy (con cui lo stesso Jordan ha collaborato negli ultimi due lavori), oppure gli Spiritbox di Courtney LaPlante. Una scelta musicale questa ovviamente molto sensata dato che la stessa Amy ha sempre dimostrato molta ammirazione per gli artisti citati tanto da collaborare con la stessa Poppy e Courtney LaPlante l’anno scorso nel brano The End Of You (Poppy e Spiritbox saranno inoltre rispettivamente le band di supporto del tour europeo e statunitense degli Evanescence).
Insomma se da un lato sorprende sentire delle chitarre a tratti con un sound al limite del metalcore monderno e con delle sezioni che addirittura ricordano dei mini-breakdown (Self Destruct per esempio), dall’altro, visti tutti gli elementi analizzati fin ora, questa nuova direzione non risulta poi così sconvolgente, portando oltretutto una vena nuova e moderna nel sound della band. Va detto che il disco è molto vario, riuscendo ad essere un lavoro come sempre estremamente atmosferico, cinematico e grandioso, riportando in vita alcuni di quei momenti più gotici ed oscuri che hanno da sempre caratterizzato la band specialmente su Fallen e The Open Door.
Un esempio è il brano Afterlife primo vero e proprio estratto da questo lavoro, ma scritta originariamente per la serie di Netflix Devil May Cry (adattamento del videogioco dallo stesso nome) e poi inclusa anche sul disco. Afterlife rimane secondo il nostro punto di vista uno dei brani migliori del lotto riuscendo ad essere epica, drammatica, oscura ed avvolgente. Un brano dove risalta la forza espressiva e la potenza della voce di Amy Lee, con un vibe oscuro e apocalittico che verrà certamente amato dai fan più old school della band.
La produzione di questo disco è eccellente, probabilmente la migliore che gli Evanescence abbiano mai avuto in un loro album. Le chitarre che in questo album hanno un ruoto fondamentale, risplendono con un suono corposo e gratificante, così come quello della batteria, mentre il mixaggio risalta perfettamente ogni strumento, persino il basso di Emma che molto spesso si sente fare capolino e tagliare le frequenze del suono dove serve e come accade nell’ultimo brano Wide Open Heart.
Sanctuary come detto è stato un disco fortemente voluto da Amy Lee, disco in cui la vocalist, compositrice e fondatrice del progetto aveva tanto da dire e da raccontare anche dal punto di vista lirico. L’album è stato largamente ispirato dagli avvenimenti che sono successi intorno a noi negli ultimi anni. Come probabilmente sapete se seguite Amy Lee sui social, la vocalist non è mai rimasta in disparte quando si parla di temi politici e sociali e il suo disprezzo per la figura di Donald Trump è sempre stata lampante, sin dal suo “endorsement” (supporto via social) per Kamala Harris nelle votazioni americane di fine 2024 fino alle sue partecipazioni ai vari “No Kings Protests” contro Trump che hanno invaso l’america nell’ultimo periodo. About Us l’ottavo brano dell’album è stato scritto proprio a seguito dell’elezione di Trump, un brano amaro, amarissimo le cui liriche parlano da sole ”you dug a grave for both of us, and now it’s too late, ‘cause you got what you want, now bow down to your god, and no, he doesn’t give a damn about us…” e ancora “lock the panic in the back of your mind, bodies in the crossfire, empathy’s a vampire, truth for sale and saviors for hire, this is what you wanted right?”. Da un lato quindi la frustrazione verso gli elettori che han permesso questa presidenza, persone che han “scavato la fossa” sia per lei che per loro come indica la prima frase, ma dall’altra c’è anche l’aspetto della “verità in vendita”, concetto in parte espresso anche nel singolo Who Will You Follow che si chiede chi dovremmo seguire in un mondo dove abbiamo perso tutta la nostra fede in ciò che è reale. In un mondo fatto di fake news, intelligenza artificiale… in una realtà dove la verità è in vendita… come ci possiamo orientare attraverso tutto questo marasma?
Non ci sono solo temi politici e sociali in questo disco dato che ci sono anche svariati momenti molto intimi e personali per quanto riguarda Amy Lee stessa. Forse uno dei momenti più significativi si riscontra nella seconda ballad del disco Forever Without You che riguarda indietro dopo più di vent’anni al tanto chiacchierato e ormai famoso split con Ben Moody (co-fondatore degli Evanescence), analizzando il tutto, nonché quell’epoca storica, da una prospettiva diversa e più matura e con un finale pungente e d’impatto “but when you said goodbye you didn’t know that I could fly, well, neither did I”. La canzone appare anche come una chiusura definitiva, una pace finalmente trovata attorno a questo tema ancora oggi così dibattuto dai fan. Emblematica è la frase di apertura “Half my life i’ve been running away from the source of light, this is the last tear fallen, this is the last open door” (quest’ultima una bella auto-citazione del testo di All That I’m Living For, ma anche un messaggio di chiusura definitivo e deciso – l’ultima lacrima versata, l’ultima porta aperta verso questa questione – almeno, questa è la nostra interpretazione).
Musicalmente invece il disco lo troviamo veramente forte e ispirato nella sua sezione centrale. Rapture risulta essere il brano più sperimentale del lotto con una forte impronta elettronica e una componente sulfurea e ipnotica, ricordandoci vagamente il brano Cloud Nine da The Open Door, nonostante un approccio molto più heavy sulle chitarre nella seconda parte del brano che diventa quasi caotica, riuscendo poi a rifiorire in un’apertura sinfonica di spicco.
La già citata Afterlife è un brano da novanta del disco, mentre Sanctuary, la title-track, per quanto ci riguarda è il vero e proprio gioiellino dell’album, un brano dove traspare una vera ispirazione nelle linee vocali e nella composizione, brano che esplode in un ritornello epico, oscuro ma allo stesso tempo molto catchy. Interessante l’inizio del pezzo con quegli echi distopici e quella voce filtrata, oltre che il connubio tra il pianoforte (anche se lasciato leggermente in secondo piano) assieme al resto delle parti sinfoniche, senza contare il lavoro di sovraincisioni vocali sulla fine del brano che lo rendono incredibilmente emozionante e senza tralasciare la componente più heavy dettata dalle chitarre che esplodono letteralmente in una sezione in peno stile “modern metal” sul finale. Un brano che trasmette perfettamente la dualità della musica degli Evanescence in un’alchimia perfetta di potenza, teatralità, sinfonia ed emotività.
How Do I Heal è la prima ballad del disco aperta dal consueto pianoforte che ormai è diventato un trademark delle ballad della band. La voce di Amy Lee danza sul pezzo in maniera encomiabile tessendo melodie vocali davvero pungenti e malinconiche. Da brivido il bridge della canzone con quel “years go by, wild and overgrown…” sorretto dal pianoforte e da delle orchestrazioni minimali. Davvero uno dei momenti più belli ed emozionanti del disco per una canzone che non parla di una persona come si potrebbe intuire dal titolo ma di una città. Il brano è infatti dedicato alla città di New York e ai ricordi che Amy conserva del suo trascorso nella città della “Grande Mela”, un tributo agli amici e gli affetti lasciati indietro, ai ricordi perduti e a tutti quei momenti passati che non vorrebbe mai lasciare andare.
L’album si apre con una manciata di pezzi buoni ma non ottimi, Beautiful Lie, ma soprattutto Tell Me When You’ve Had Enough che con quel suo groove sferzante e quel suo basso pulsante fa il suo lavoro e siamo sicuri che avrà un bell’impatto live anche grazie al chorus esplosivo. Simil-breakdown alla fine, chitarre super heavy e stacco sinfonico ed il pezzo è servito in tutta la sua efficacia. Who Will You Follow l’abbiamo sentita e risentita nel corso degli ultimi mesi ed è un brano che pur non brillando particolarmente rimane un pezzo che ben si candida per rappresentare il singolo ed il lato heavy ma allo stesso tempo accessibile dell’album.
Dove l’album cede è nella seconda metà che ci offre una serie di brani non all’altezza. About Us , con il suo lato creepy, il suo basso pregno di groove e il suo approccio più sperimentale è un pezzo che osa ma che non fa breccia, nonostante la rabbia e la frustrazione di Amy riesca perfettamente a palesarsi in questo inno anti-Trumpiano. Calm Down è pesante e cadenzata, pregna di elettronica e con delle chitarre semplici ma pungenti, oltre che dotata di un chorus più etereo e fluttuante. Il pezzo si carica alla fine per esplodere in un assolo di chitarra sferzante e dissonante ma ben riuscito per poi redimersi sul finale con delle belle linee vocali da parte di Amy.
Self Distruct convince e diverte anche grazie al suo lato heavy e abrasivo che anche qui esplode sul finale. Il lato modern metal degli Evanescence letteralmente brilla su alcune sezioni di questo brano che sa comunque essere ben bilanciato con alcuni stacchi sinfonici di pregevole fattura. Ma i chitarroni djent sul finale e le orchestrazioni che fioriscono da essi ci han lasciato una bella sensazioni, senza contare che le sezioni heavy in questo disco funzionano benissimo anche grazie alla fantastica produzione.
Riflessioni sul passato e la questione Ben Moody già citata poco fa nella piano-ballad Forever Without You dove la stessa Amy tira fuori dei vocalizzi ripetuti e costanti che risultano più fastidiosi che altro (“IIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII, lost my miiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiind”). Peccato perché il resto della canzone si ascolta. Wide Open Heart risulta un finale che ha tante delle caratteristiche di questo album, in particolare focalizzandosi sulle sonorità più cinematiche e drammatiche per una chiusura che vorrebbe lasciare il segno ma per la verità ci riesce a metà, nonostante la pregevole sezione heavy e sferzante verso la fine e dei vocalizzi dall’appeal molto gotico che ci riportano indietro a più di vent’anni fa.
In conclusione Sanctuary è il rifugio che Amy Lee stessa si è costruita all’interno di questo viaggio sonoro. In un mondo fatto di disinformazione, ignoranza e mancanza di empatia, la costruzione di un porto sicuro dove viaggiare con la mente al riparo da tutto ciò è servito alla vocalist stessa come catarsi per liberarsi dai propri demoni e generare un album che guarda al futuro ma non rinnega il passato. Gli Evanescence infatti, assieme ad un team di produttori d’eccellenza come Jordan Fish, Nick Raskulinecz e Zakk Cervini contaminano il loro sound con una ventata di soluzioni sonore più vicine al metal moderno (Poppy, Spiritbox), pur mantenendo quell’aurea sinfonica, teatrale e cinematiche che la musica della band ha sempre avuto, adattandosi quasi ad una colonna sonora di un film. Un disco catchy ma ambizioso allo stesso tempo, dotato di liriche che scavano fortemente sulla politica, sul sociale, sul mondo che ci circonda ma anche sull’interiorità di Amy Lee stessa. Sanctuary è un platter con una produzione perfetta ma con un songwriting altalenante. Siamo lontani dalla grandezza di album come Fallen o The Open Door, ma non c’è dubbio che un disco come questo non potrà che far felici i fan della band anche grazie ad innumerevoli pezzi di ottima fattura. Appuntamento a fine settembre all’Unipoll Arena di Casalecchio del Reno (Bologna) dove gli Evanescence si esibiranno assieme a Poppy !
