Recensione: Saprophytic Divinations

Di Stefano Usardi - 17 Gennaio 2020 - 9:45

Saprophytic Divinations” è il secondo album degli Helleborus, quartetto del Colorado dedito ad un black metal sinfonico, poderoso e maligno, e arriva a tre anni dall’esordio discografico del gruppo. Appassionati di misticismo, esoterismo, cabala ebraica, folklore occidentale e stregoneria, i nostri infondono in questo lavoro le loro passioni per creare, anche grazie a una tecnica strumentale niente male, un lavoro cupo, denso, in cui testi riguardanti misticismo sessuale ed erboristeria occulta si avviluppano su una struttura musicale complessa ma assai affascinante, caratterizzata dal contrasto fra le tetre melodie garantite dalle tastiere e l’impatto graffiante di chitarre al tempo stesso pastose e abrasive. A completare il tutto, gli Helleborus piazzano una sezione ritmica imponente e sfaccettata a scandire un incedere intimidatorio e delle harsh vocals minacciose e ferine che, però, non scadono mai nel fastidioso (almeno per me) effetto lavandino sturato. La resa sonora è piena, avvolgente, cavernosa, se vogliamo anche un po’ coatta, ma dannatamente efficace nel suo svilupparsi tra atmosfere apocalittiche, sensuali e malvagie e la dinamicità di un comparto metal che, sebbene giochi quasi sempre con ritmi relativamente contenuti, trasmette la giusta dose di rabbiosa incombenza senza scadere nell’aggressione sonora fine a se stessa. Questa staticità ritmica, se possiamo definirla così, dona all’album un retrogusto ipnotico, garantito anche dalla notevole omogeneità nel tiro dei singoli pezzi, ma lungi dal rendere “Saprophytic Divinations” ripetitivo o – non sia mai – noioso, avvolge l’ascoltatore per accompagnarlo passo dopo passo nel suo mood cupo, primordiale e opprimente.
Non mancano comunque delle belle frustate – si veda ad esempio la seconda traccia, “Alraun Ghost”, e il suo continuo saltellare tra tempi lenti ed improvvise accelerazioni – ma è innegabile che, per la maggior parte del suo minutaggio, “Saprophytic Divinations” si distenda su velocità contenute su cui, poi, si sviluppano impalcature sonore stratificate, frutto di una sapiente opera di sedimentazione dei suoi vari livelli. Molto utile in questo senso il comparto sinfonico che, anziché prendere il sopravvento con voli pindarici troppo ariosi o fuori contesto, resta concentrato sulle necessità di ogni brano e si fonde eccellentemente al resto degli strumenti. Ciò dona al lavoro un sapore cinematografico – debitore, per certi versi, dei Dimmu Borgir di inizio millennio – ma, al tempo stesso, anche un tono decadente, dal magnetismo sottile e piuttosto difficile da descrivere, in cui un senso di minaccia a stento trattenuta si affianca a un’inquietudine appena accennata ma sempre avvertibile.
È proprio questo dualismo che, a mio avviso, rende il lavoro degli Helleborus così intrigante: il costante tira e molla tra stati d’animo cupi, ansiosi e soffocanti che restano sotto il pelo dell’acqua anche durante i passaggi apparentemente più rilassati (come nella strumentale “Verum Fidei”, tutta giocata su un arpeggio fintamente disteso ma che non fa che acuire il senso di inquietudine che gli Helleborus sembrano tanto interessati a creare quanto bravi a trasmettere). È possibile riscontrare anche una certa componente solenne che spunta qua e là durante l’ascolto, ammantando i drappeggi dei nostri, almeno per un breve periodo, di una certa estatica magniloquenza prima di rovinare di nuovo in un abisso di riff muscolari e pieni, ma non per questo privi di una loro orecchiabilità e sì, anche immediatezza.

In definitiva “Saprophytic Divinations” è un ottimo lavoro, capace di mescolare l’attitudine combattiva del classico heavy metal con la malvagità maestosa e decadente del black sinfonico creando, grazie alla perfetta alchimia tra i vari strumenti, un ibrido decisamente accattivante ma senza mai scadere nella banalità. Tutte le tracce che compongono l’album sono ottimamente strutturate, e il fatto di non presentare veri e propri highlights tra i brani in scaletta non sminuisce il valore intrinseco di “Saprophytic Divinations” ma, al contrario, ne rafforza la tenuta e l’effetto avvolgente, donandogli una personalità insinuante e, a suo modo, fascinosa. Ascolto consigliato.

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