Recensione: Saturnian Appendices [EP]
In un mondo come quello della musica pesante, dove tanti grandi del passato arrancano come balene spiaggiate nel tentativo di provare a sopravvivere, e tante nuove realtà (come Ghost, Slaughter to Prevail, Avatar e Sleep Token) si stanno imponendo prepotentemente, i defender della vecchia guardia osservano l’evoluzione della scena con occhio distaccato, quasi cinico, come se non li riguardasse, e soprattutto con molta diffidenza. Stanchi ormai dell’ennesimo album realizzato sapientemente con la tecnica del copia-incolla, di una discografia perennemente in declino, e per niente propensi a concedere una chance a gruppi obiettivamente lontani anni luce da certi modi di intendere la musica, di comporre un brano, di suonare la chitarra e di percuotere le pelli della batteria con il più classico “tupa tupa”, preferiscono trovare rifugio nei gruppi di serie C – Capolavoro! -, ad essere buoni, del sottosuolo di uscite partorite negli anni Ottanta. Quegli album che, se non sono mai arrivati alle luci della ribalta quando i dischi uscivano con il contagocce, c’è una ragione ben precisa. Oppure optano per il rassicurante milionesimo ascolto dei grandi classici, aspettando il ritorno di certe sonorità.
Speranza vana? Forse no.
Per inciso, il vostro scrivente rientra in gran parte in quella categoria di vecchi dinosauri appena descritti. Tra quelli dotati di un po’ di sana autoironia, se non altro.
Come si esce, allora, da questa impasse, direte voi? Un modo sensato, per esempio, è quello di armarsi di un solido badile e di scavare molto in profondità tra le migliaia di uscite che inflazionano, rendendolo sterile, l’attuale mercato discografico. E tra le poche realtà – ahimè – in grado di soddisfare tutti i requisiti dell’abbrutito metallaro ormai ultraquarantenne, meritano menzione speciale i Crypt Sermon, band nata poco più di dieci anni fa a Philadelphia.
Sarebbe estremamente ingiusto nei loro confronti parlare di band emergente, dato che il sestetto statunitense è autore di ben tre dischi uno più bello dell’altro, culminati con “The Stygian Rose” del 2024. Tre album che, pur non spiccando in maniera eccezionale per originalità, lo facevano per personalità e capacità compositive, davvero degne degli anni d’oro. Gli elementi ci sono tutti: una voce carismatica ai livelli dei vari Jon Oliva, R.J. Dio, Charles Rytkönen, Johan Langquist o Robert Lowe, riff vecchia scuola a tratti memorabili, fraseggi più ricercati, talvolta su scale mediorientali, assoli onnipresenti, spesso davvero ispirati, e una sezione ritmica dinamica e mai scontata. Le composizioni sono intelligenti, ispirate, ricercate. Raramente i Crypt Sermon si lasciano cullare dalla rassicurante forma-canzone tradizionale, sono abili tessitori in grado di fondere stili differenti, tramutandoli in brani mediamente lunghi e articolati. Riff squisitamente doom si alternano a cavalcate NWOBHM e bordate chitarristiche tipicamente US power. Si possono trovare arpeggi dal sapore ancestrale ed accelerazioni travolgenti. Candlemass e Solitude Aeturnus sono solo i metri di paragone più scontati cui fare riferimento. Nelle loro composizioni, infatti, si possono ritrovare echi dei Black Sabbath dell’era Tony Martin, Trouble, Vicious Rumors, Savatage, Metal Church; perfino di band come Tad Morose e Morgana Lefay.
Tutti elementi e caratteristiche che ritroviamo pari pari anche nel loro ultimo EP, uscito la scorsa estate ed intitolato “Saturnian Appendices”. Data la scarsezza di informazioni reperibili, non ci è dato sapere se i brani siano stati composti e poi scartati nel corso delle composizioni di “The Stygian Rose” oppure siano stati arrangiati successivamente. L’unica cosa che sappiamo per certo è che “Lachrymose” è stato pubblicato circa un mese dopo il full-length sotto forma di singolo. Scarti o meno, qui la qualità è sempre elevatissima e “Only Ash and Dust” in apertura è un brano che farebbe la fortuna di tante band. Quell’arpeggio sinistro condito da tastiere spettrali in stile King Diamond ci traghetta verso un poderoso riff con un che di onirico che arriva come un pugno in faccia improvviso, prima di un bell’assolo che ci lancia direttamente verso la maestosa strofa. I Nostri sfoggiano tutto il meglio del loro repertorio, compresa una decisa accelerazione quasi thrash a metà brano, caratterizzata da un lungo assolo davvero epico. “A Fool to Believe” ci riporta su terreni più propriamente doom, con la voce di Brooks Wilson in grande spolvero per carica emotiva, sempre in crescendo fino al ritornello. Interessanti anche certi intrecci di chitarra che sembrano riportarci alla mente la parte finale, prima dell’outro, di “Nemesis Divina“(il brano) dei Satyricon. Con metodi e intenzioni differenti, ovviamente.
“Lachrymose” chiude un terzetto di brani composti dalla band piuttosto eterogenei fra loro. I suoni sono leggermente differenti, anche perché è l’unico prodotto dalla band, invece che da Arthur Rizk. Il sound più cupo e decadente, comunque, si sposa bene con quel sulfureo riff thrashy della strofa e con le aperture intimiste ed introspettive del ritornello. Chiude invece l’EP, una cover davvero particolare di “De Mysteriis Dom. Sathanas” dei Mayhem. Qui ribattezzata “De Mysteriis Doom Sathanas“, è effettivamente una rilettura in chiave doom di uno dei classici di tutta la musica black metal. Qui i Crypt Sermon la rendono nel loro stile, variandone ritmi, passaggi, assoli, ma sempre mantenendo quella forte carica esoterica e drammatica che caratterizza la versione originale. Chapeau.
Un po’ come per tanti altri EP, l’acquisto di “Saturnian Appendices” è tutt’altro che obbligatorio. Materiale per completisti, verrebbe da dire. Tuttavia, conferma assolutamente quanto di buono fatto dai Crypt Sermon fino a questo momento, con brani assolutamente non scontati e non superflui. Se dovesse fungere da scintilla per andare a scoprire il resto della discografia della band, ben venga il suo contributo.
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