Recensione: Sect Of Vile Divinities

Di Gianluca Fontanesi - 22 Agosto 2020 - 15:41
Sect Of Vile Divinities
Band: Incantation
Etichetta: Relapse
Genere: Death 
Anno: 2020
Nazione:
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77

Il dodicesimo album degli Incantation, uscito quasi in sordina e senza troppi proclami, è in realtà l’ennesimo colpo messo a segno dalla band statunitense. Sect Of Vile Divinities farà contenti tutti i vecchi fan della band e, perché no, potrebbe benissimo portare parecchie nuove leve ad approcciarsi alla musica di una band che non ha mai tradito il proprio pubblico. Il sapere già cosa aspettarsi dagli Incantation potrebbe non essere un bene, ma come sempre, alla pressione del tasto play, ogni dubbio nell’ascoltatore viene fugato da una centrifuga di death metal suonato come si deve. Come si faceva una volta, insomma.

Via le tastiere, via i barocchismi, via le melodie, via le clean vocals, via le poliritmie, via tutto quello che può essere definito moderno. Il termine old school indica un modo di suonare ben preciso ed è ciò che gli Incantation, assieme a parecchi compagni di merende come Cannibal Corpse, Immolation e altri mostri sacri, suonano ancora in maniera egregia.

Nel momento in cui i generi e le proposte si saturano, si finisce sempre per tornare indietro, ed ecco che questi simpatici “vecchietti” dettano ancora legge e vivono una fase della loro carriera che è tutto tranne che calante.

Il disco è composto da dodici brani per un minutaggio di circa quarantacinque minuti e fin dal primo brano, Ritual Impurity (Seven of the Sky Is One), gli Incantation sparano in faccia al malcapitato bordate di riff serrati, taglienti e malvagi. Quando rallentano diventano di una pesantezza inaudita e le chitarre in modalità badile producono lamiera fumante e scintille. La tracklist è imprevedibile fin da subito: Propitiation ha un incipit che definire soffocante è riduttivo. E’ una morsa che ti attanaglia la gola e la partenza in velocità del brano arriva quasi come un sollievo.

La produzione è il meglio che può esserci per un disco death: né troppo sporca né troppo pulita, con un equilibro che risulta fondamentale e appagante per tutta la tracklist. Oscurità e doom nel disco non si risparmiano mai e l’artwork, ad opera di un grandioso Eliran Kantor, inquadra perfettamente le coordinate dell’opera.

Ci sono quattro brani nell’album che superano appena i due minuti e, a nostro avviso, sono quelli che fanno un po’ da punto debole: rimangono sì intensi ma rispetto al resto del lavoro lasciano sempre la sensazione che manchi qualcosa.  Ignis Fatuus, ad esempio, più che un pezzo sembra un lungo incipit che si tronca proprio sul più bello e ci si rimane un po’ male. Chant Of Formless Dread sembra tagliata male sul finire e via dicendo.

Tutto sommato sono moltissimi alti e pochi bassi che si registrano in Sect Of Vile Divinities e onestamente va bene così. Il death metal c’è, il macello c’è, i grandi brani ci sono, cosa chiedere di più? Dischi come questo nel 2020 non sono una nostalgia puerile ma tanta, tantissima roba. Molti musicanti prima di spacciarsi per musicisti dovrebbero passare di qua. Passo e chiudo.

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