Recensione: Shadows of the Dying Light

Di Fabio Vellata - 31 Dicembre 2025 - 14:30
Shadows Of The Dying Light
Band: Sarayasign
Etichetta: Black Lodge
Genere: Hard Rock  Heavy 
Anno: 2025
Nazione:
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73

Avevamo già conosciuto i Sarayasign un paio di anni fa, quando Frontiers aveva pubblicato il secondo capitolo del loro mastodontico progetto dedicato alla storia del mondo di Saraya e del “Book of Wisdom“. Un immaginifico scenario fantasy che collega tutti gli album del gruppo in una visione cinematica in cui la musica è il compendio di una narrazione più ampia.
Shadows of the Dying Light”, terzo capitolo edito questa volta da Black Lodge Records, è nuovamente una sorta di lungo ed elaborato romanzo musicale. Il seguito di “The Lion’s Road” e “Throne of Gold“, rappresenta il nuovo tassello di una lunga saga fantasy, volto a raggiungere una ipotetica conclusione (stando a quanto ci aveva dichiarato il leader Jesper Lindbergh in sede di intervista) nel quarto episodio della vicenda.

La raccolta di nuovi brani prosegue mantenendo l’idea di un concept cinematografico che fonde hard rock, metal moderno e atmosfere orchestrali. Il taglio narrativo è ancora centrale: gli episodi sono pensati come “scene” di un viaggio che alterna dimensione epica e introspezione, con testi che puntano più sull’impatto emotivo che su una trama immediatamente leggibile.
Il lavoro di produzione è di livello altissimo: suono ampio, definito, con chitarre corpose, tastiere stratificate e una sezione ritmica che dà spessore senza opprimere.
​L’album esaspera la componente “big screen”: intro tastieristiche, orchestrazioni, inserti elettronici e crescendo continui costruiscono un muro sonoro tanto esaltante quanto però, alla lunga, ingombrante.

Worlds Apart (Shadowlands)” e “Watching It Burn Away” aprono il disco sui binari di un melodic metal moderno che guarda tanto al lato più epico degli Europe quanto a certo power prog narrativo alla Queensrÿche, con ritornelli ampi e forte enfasi sulle melodie vocali.
​“Shades of Black” e la title track spingono ancora di più sull’anima arena-rock. La seconda, lunga e strutturata come power ballad, incrocia romanticismo alla Bryan Adams con chitarre di scuola Maiden, sfiorando volutamente il confine dello zuccheroso ma restando efficace per chi ama questo stile.

Nella seconda parte, brani come “One Last Cry” e “Walk Alone” rappresentano il cuore emotivo del disco, tra mid tempo carichi di pathos e ritmiche più incalzanti, mentre il minutaggio complessivo (circa 67 minuti per dieci tracce) rende evidente la volontà di costruire un’esperienza immersiva più che una semplice raccolta di canzoni.

La prova di Stefan Nykvist è uno dei punti di forza. Timbro caldo, grande enfasi e una gestione della voce che lo avvicina a certo cantato AOR contemporaneo, con momenti in cui può ricordare un interprete come Kent Hilli per intensità e controllo.
La band lavora come un organismo compatto: le chitarre disegnano tanto riff pesanti quanto linee melodiche cantabili, mentre la batteria alterna solidità rock e passaggi più elaborati che sottolineano la componente quasi “accademica” del progetto.

​L’ambizione è al tempo stesso pregio e punto debole. L’abuso di intro tastieristiche e interludi rende l’ascolto meno scorrevole del necessario e alcune canzoni avrebbero giovato di un editing più severo a livello di arrangiamenti.
Il suono molto levigato e la costruzione sistematica di climax epici possono risultare troppo perfetti o artefatti per chi cerca maggiore ruvidità o imprevedibilità.

Nel complesso “Shadows of the Dying Light” è un’opera di melodic rock/metal tanto curata quanto sovraccarica. Un disco che parla a chi desidera sperimentare qualche attimo di fuga dalla realtà, grandezza e pathos, consapevole però che, dietro lo splendore della superficie, resta il margine per una sintesi più incisiva in futuro.

Il terzo atto della storia di Saraya, conferma i Sarayasign come una delle realtà più ambiziose del versante melodico europeo, ma ne mette anche a nudo limiti e ossessioni, specie in termini di durata e sovrastrutture.
La grandezza ricercata nell’elaborato plot messo in piedi dal quartetto svedese è anche la gabbia che rende la loro imponente proposta parecchio elitaria e destinata ad un pubblico che, in questo caso più che mai, è disponibile ad un ascolto attento, meditato e prolungato nel tempo.
Alla ricerca di un’esperienza molto densa e strutturata ma, in ugual misura, con il rischio di apparire parecchio ridondante, ampollosa e, forse, a tratti poco agile ed un po’ appesantita.

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