Recensione: Solas

Di Stefano Burini - 22 Gennaio 2017 - 11:00
Solas
Band: The Answer
Etichetta:
Genere: Hard Rock 
Anno: 2016
Nazione:
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76

Diciamoci la verità: i The Answer sono una band onesta – e pure in grado di sfornare qualche buon album seppur nei limiti di una proposta sfacciatamente revivalistica – tuttavia da qui ad affermare che ogni loro nuova uscita generi un hype tale da tenere con il fiato sospeso tutti gli appassionati di rock duro, onestamente ce ne corre, viste le poche (ultimamente pochissime) sorprese finora riservateci dalla loro discografia.

Finora, per l’appunto. Sarà che magari la sensazione di manierismo che pervadeva l’al più discreto “Raise A Little Hell” è risultata tangibile anche da parte di Cormac Neeson e dei suoi compagni d’armi o magari avranno inciso le sfortunate vicissitudini personali che hanno visto coinvolto il biondo cantante negli ultimi tempi (il figlio è nato prematuro di tre mesi, con tutte le immaginabili conseguenze in termini di degenza in ospedale e di stato di salute, NdR), fatto sta che “Solas” rappresenta una decisa sterzata nell’economia del sound dei The Answer, una sterzata tale da portarli fuori dalla palude del citazionismo più calligrafico o quantomeno da indicare loro la strada.

Il nuovo parto di casa The Answer è in effetti un album globalmente più cupo e decisamente più introverso rispetto a qualsiasi precedente capitolo discografico della compagine nordirlandese. Un lavoro nel quale brani tesi e ipnotici come la superba title track (talmente distorta da risultare al limite dello stoner) e “Being Begotten” o la quasi indie “Untrue Color” dominano la scena, mettendo in secondo piano pezzi più leggeri ed ariosi quali la celtica “Battle Cry” o la più rurale “In This Land”.

Curioso notare come anche lo stile di canto di Cormac Neeson abbia trovato notevoli implementazioni, mettendo un po’ da parte lo sfacciato Planteggiare del passato in favore di uno stile decisamente più vario e personale, in grado di spaziare da toni bassi e carezzevoli quasi à la Bob Catley (come nella notevolissima “Beautiful World”) a passaggi in grado di richiamare alla mente Bono e i suoi U2 (“Untrue Color”).

La seconda metà dell’album, pur riservando ancora qualche colpo degno di nota (come la bella “Tunnel”, ballata minimale in grado di fare il paio con la favolosa “Thief Of Light”, oltre che di fregiarsi di un bell’assolo à la Page da parte di Paul Mahon), cede un po’ il passo rifugiandosi in qualche brano più tipicamente revivalistico, come le settantiane “Demon Driven Man” e “Real Life” o l’allegra “Left Me Standing”, tutte canzoni gradevoli ma onestamente in debito di coraggio rispetto al resto della tracklist.

“Solas” è probabilmente un album di passaggio, nel quale convivono prepotenti slanci verso quello che sarà probabilmente il nuovo corso della band nordirlandese e alcuni ritorni di fiamma sulla via del revival anni ’70, ma che ci sentiamo di promuovere senza troppe riserve in virtù di una manciata di canzoni davvero eccellenti, dell’inattesa dose di coraggio e della volontà di rimettersi in gioco.

Stefano Burini

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