Recensione: Suffer for Nothing

Di Daniele D'Adamo - 25 Settembre 2020 - 0:01
Suffer for Nothing
Band: Morta Skuld
Etichetta: Peaceville Records
Genere: Death 
Anno: 2020
Nazione:
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75

Dopo tre anni di silenzio tornano a calcare le scene gli ormai storici Morta Skuld con il loro sesto full-length in carriera, “Suffer for Nothing”. Storici poiché, nascendo negli Stati Uniti nel 1990, hanno potuto prendere parte allo sviluppo primigenio di un genere che, da lì a poco, avrebbe fatto la Storia. Il death metal, appunto.

E da lì, nel corso del tempo, non si sono schiodati granché, almeno per ciò che concerne lo stile. Death metal allora, old school oggi. Tuttavia, si perdoni l’ossimoro, vecchia scuola eseguita in maniera moderna. Nel senso che i dettami caratteristici del (sotto)genere citato entrano tutti, nessuno escluso, nel disco; facendolo però con piglio moderno, attuale, aggiornato al 2020. Niente produzioni marce e putrefatte, assenti gli inestricabili coacervi di cadaveri in putrefazione. No, i Nostri affrontano il loro marchio di fabbrica con una malcelata voglia di produrre un suono che sia accessibile a tutti, vagamente lucidato dalle sabbie del tempo, perfettamente intelligibile in ogni suo singolo aspetto.

Un approccio che, alle spalle, esige idee chiare, necessarie per sviluppare energia dal rilevante impatto frontale; come del resto dimostra sin da subito l’opener-track ‘Extreme Tolerance’, schiaffone in piena faccia portato alla velocità di fulminanti blast-beats. I quali, occorre evidenziarlo, non sono certo l’unico ritmo propulsivo calibrato dai pattern di Eric House, batterista invece poliedrico, capace di instillare una discreta quantità di fantasia nel proprio drumming. Attorno al quale si accerchiano gli altri componenti del combo di Milwaukee, tutti individuabili per via di una pulizia che, anch’essa, rimanda al citato ossimoro. L’instancabile lavoro delle chitarre, difatti, è chiaramente e costantemente leggibile, ed è foriero di un muro di suono granitico e compatto, dalle trame per nulla scontate. Trame che coinvolgono sequenze di accordi, rigorosamente dissonanti, che s’intrecciano a volte con notevole complessità. È ovvio che non si abbia a che fare con il technical death metal ma il gruppo del Wisconsin riesce comunque a sviluppare un composito assalto sonoro, possibile solo grazie a una preparazione tecnica di primo piano.

Grazie a tale abilità le canzoni scorrono via veloci, senza intoppi, scrollando il cranio degli ascoltatori con feroce determinazione (‘Godlike Shell’). L’aggressività non è estremizzata all’impossibile e questo è un bene, visto che consente di discernere i vari episodi l’uno dall’altro con una buona dose di istintività. Ecco, l’LP non da mai l’idea di essere forzato. Studiato all’eccesso. Cerebrale oltre i normali limiti umani, insomma. Ed è per questo che, ascolto dopo ascolto, esso produce una sensazione di regolarità, precisione, scioltezza, spontaneità.

Appunto le canzoni. Benché formino, come più su scritto, un piacevole insieme che non presenta cali di tensione o, peggio, filler per raggiungere la canonica durata dei quaranta minuti, non paiono discostarsi dalla media di quelle concepite da act similari. C’è da osservare che l’old school death metal non consente, per natura, di comporre brani contraddistinti da contenuti evoluzionisti. Così devono essere le tracce, e così sono. Un campo di azione del songwriting tutto sommato limitato a livello di DNA, cioè. La formazione a stelle e strisce, però, per via della sua indubbia classe, avrebbe potuto cercare delle strade meno battute, per alzare l’asticella della qualità artistica. Così non è stato con che, almeno per chi non sia un fan sfegatato del suo sound, piano piano s’insinua, come un infido serpente, un pizzico di noia. Che, alla fine, è l’unico difetto evidente di un album comunque ottimamente suonato, compatto, fedele alla linea, aperto alle sonorità del terzo millennio.

Forse i Morta Skuld avrebbero potuto mettere sul piatto e quindi in “Suffer for Nothing” qualcosa di più in termini di freschezza compositiva (di nuovo l’ossimoro…). O forse no. Il giudizio finale, allora, dipende anche dai gusti personali, e non solo da una fredda analisi critica.

Daniele “dani66” D’Adamo

 

 

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