Recensione: Terria

Di Stefano Burini - 24 Aprile 2012 - 0:00
Terria
Etichetta:
Genere:
Anno:2001
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95

Di Devin Townsend, se masticate almeno un minimo di heavy metal “d’avanguardia”, difficilmente potrete non aver mai sentito parlare. Dal debutto in coppia con un altro geniale pazzoide come Steve Vai su “Sex And Religion”, nel 1993, fino ai personalissimi album solisti, passando per le incredibili mazzate cyber/industrial thrash date alla luce da quella bizzarra e spaventosa creatura che risponde(va) al nome di Strapping Young Lad, troppi e troppo eterogenei i suoi progetti perché non vi siate mai imbattuti in almeno una delle sue stramberie.

Al contrario di quanto accadeva nei lavori targati SYL, la discografia solista di Hevy Devy, pur nella complessità e nell’assoluta varietà della proposta, si è sempre indirizzata verso lidi più melodici, nel tentativo di dare una forma ed un espressività differenti a quello che era il tipico stile  tonwsendiano già dai tempi di “Heavy As Really Heavy Thing” e “City”. Il risultato si è riflesso in una serie di lavori perennemente in bilico (con proporzioni differenti in base al periodo) tra gli abissi più oscuri e disperati del cyber/industrial metal e la fisiologica necessità di qualche sprazzo di luce, che veniva (viene!) a galla, sottoforma di sconfinamenti, di volta in volta più massicci, nel prog, nella ambient e addirittura nel pop/rock.

L’album più completo e complesso partorito in solitaria dai neuroni del Mad Canadian è probabilmente “Terria”, risalente all’ormai lontano 2001. Formalmente un lavoro più ermetico del successivo (e sempre molto valido) “Accelerated Evolution”: un coacervo di brani multiformi, eterogenei al limite della schizofrenia, di intro e outro a metà tra l’acustico e l’elettronico, in grado di creare un atmosfera da “pacata estasi di fronte all’apocalisse imminente”, come suggerisce una copertina che contrappone colori freddi, ma gentili, ad una figura che cammina in solitaria in primo piano. Avete mai visto il film “The Road” con Viggo Mortensen? Ecco, diciamo che il mood suggerito è proprio quello, e solo Mr. Townsend poteva riuscire a renderlo in maniera così potente senza l’ausilio delle immagini.

“Olives” è un’intro che lascia immediatamente il segno: minimale ma di grande intensità e con un crescendo emozionale e sonoro che culmina nella successiva “Mountain”, brano complesso e ricco di sfaccettature, di pause e di tempi dilatati, sorretti dai versi sussurrati di Devin, cui si contrappongono improvvisi spasmi di abbacinante violenza.

Con “Earth Day” probabilmente si tocca il culmine, la melodia è superba, l’interpretazione  da brividi e poi l’arrangiamento, il ricorso al growling, centellinato in maniera perfetta e del tutto funzionale al pezzo e un testo beffardamente townsendiano, ironico e tagliente come non mai. Capolavoro assoluto, un trip di quasi dieci minuti nella mente di questo pazzo e incredibilmente talentuoso musicista, dentro alle sue ansie e alle sue ossessioni riguardo il nuovo millennio allora alle porte.

“Deep Peace”, come suggerisce il titolo è di tutt’altra pasta, l’arrangiamento di stampo ambient, ricrea con l’utilizzo di sintetizzatori e campionamenti un atmosfera che è nel contempo esotica e cibernetica, una sorta di mirabile fusione macchina/natura che lascia interdetti per riuscita e inventiva. L’assolo orientaleggiante intorno al minuto 3 e 30 è un qualcosa che solo i grandissimi possono permettersi e Devin Townsend è (o dovrebbe essere) certamente annoverato tra i maggiori compositori rock (ma forse non solo) contemporanei. Persino echi di valzer, e vellutati campionamenti di archi in sottofondo: se l’obiettivo era quello di ottenere la messa in musica della Pace Profonda, difficilmente si può immaginare qualcosa di migliore e più originale.

Riemerge il lato più pacato e immaginifico tra le note di “Canada”, la colonna sonora di un ipotetico viaggio sulle freeway canadesi; l’atmosfera è eterea ed ovattata e mentre l’auto solca strade interminabili costeggiate da campi in fiore, Devin dorme e sogna, chiedendo di essere svegliato quando sarà giunto il suo turno di mettersi al volante. “Down And Under” è un intermezzo semiacustico su cui si innestano via via basso, batteria e le tipiche vocals caotiche ed effettate il cui compito è introdurre la successiva “The Fluke”, un altro gioiello oscillante tra pace cosmica e follia schizoide, con l’entrata in scena di alcuni cori femminili da brivido a metà tempo.

In altri casi saremmo probabilmente di fronti al top assoluto di un lavoro di livello altissimo, ciò nonostante, ormai esausti da un tale caleidoscopio di emozioni, sonorità e colori, Devin Townsend supera di nuovo se stesso con l’impressionante “Nobody’s Here”, figlia del suo lato positivo (o semplicemente meno nichilista), eppur ammantata da un velo di inquietudine che non lo abbandona mai, nemmeno nei momenti apparentemente più spensierati. Grande, come al solito, la sua abilità nel cambiare repentinamente registro, da strofe pacate e leggiadre a un refrain fatto di vocals stratificate che sfumano in uno screaming vibrante ed emotivamente devastante.

Concludono senza, alcun calo di tono, “Tiny Tears” con la sua intro a base di synth che rimanda la memoria alla splendida colonna sonora composta da Vangelis per l’immortale Blade Runner e l’altrettanto notevole “Stagnant”, sulle tracce di composizioni come la citata “Nobody’S Here”, mentre “Humble” è una hidden track (o forse sarebbe meglio dire una joke track) in cui confluiscono buffi vocalizzi, echi ambient e un vorticoso finale rumoristico che nulla aggiunge e nulla toglie a quanto ascoltato sinora.

Difficile dire più di quanto non dica la musica contenuta in “Terria”, siamo di fronte ad una delle opere meglio riuscite di uno dei musicisti che maggiormente hanno contributo ad innovare il mondo del metal e della musica tutta degli ultimi vent’anni, grazie ad uno stile personalissimo che nasce laddove influenze apparentemente lontane e inconciliabili come il cyber/industrial metal, il pop, la musica ambient e l’elettronica trovano una sintesi formidabile e finora insuperata. Da non perdere.

Stefano Burini

 

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Tracklist

01. Olives 03:21

02. Mountain 06:32

03. Earth Day 09:35

04. Deep Peace 07:34

05. Canada 06:53

06. Down And Under 03:43

07. The Fluke 07:16

08. Nobody’s Here 06:54

09. Tiny Tears 09:12

10. Stagnant 05:25

11. Humble (Hidden Track) 05: 30

 

Line Up

Devin Townsend – Voce, chitarra, tastiere

Craig McFarland – Basso

Jamie Meyer – Pianoforte e tastiere

Gene Hoglan – batteria

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