Recensione: The Beginning of Times

Di Daniele Balestrieri - 19 Giugno 2011 - 0:00
The Beginning of Times
Band: Amorphis
Etichetta:
Genere:
Anno: 2011
Nazione:
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81

“Sar il nostro album pi temerario.”
Sono bastate queste parole, all’alba dell’uscita di “The Beginning of Times”, per scatenare un vespaio di illazioni e speranze. Gli Amorphis non hanno mai avuto paura di sperimentare nel corso della loro lunga e pluridecorata carriera, anche se – frattura di Elegy a parte – si sono sempre mantenuti su campi tutto sommato sicuri, abbandonato s il percorso principale, ma senza mai perderlo completamente di vista.
Non facile prendere alla leggera dichiarazioni simili e visto che, per esempio, tra le mosse ardite figura far uscire cose come Marriage of Heaven and Hell dopo Nattens Madrigal, le speculazioni sono state davvero infinite e verso ogni direzione: un album acustico? un album black metal? avantgarde? le possibilit, specialmente conoscendo il recente impeto di presunzione artistica dimostrato da Koivusaari e Rechberger, coprirebbero un raggio sperimentale decisamente ampio.

E invece il primo ascolto di questa decima fatica dei nostri sei talentuosi finnici lascia abbastanza esterrefatti, perch l’impatto tutt’altro che quello di un album “speciale”. Parliamoci chiaro: se per temerariet si intende “arricchimento”, allora gli Amorphis hanno colpito nel segno. The Beginning of Times , se possibile, ancora pi articolato, cesellato e finemente ricamato di album musicalmente “colossali” come Eclipse e Skyforger. Tutte le tracce sono impreziosite da una moltitudine di arrangiamenti ora potenti come bombe atomiche e ora finemente ricamati come veli da sposa, tutti da scoprire con la curiosit di un bambino la mattina di natale.
Soddisfatta la curiosit e tolto l’indubbio e genuino intrattenimento generato dalle tredici tracce offerteci, rimane la sensazione che quest’album non far altro che approfondire la profonda spaccatura che ha diviso i fan del periodo Koskinen dai fan del periodo Joutsen, lasciando a un bivio tutti i disgraziati che si trovano nel mezzo.
Da un lato, infatti, buona parte del suonato si pu tranquillamente categorizzare come metal: le chitarre affondano con forza i denti in buona parte delle tracce, l’eccelso basso di Etelvuori emerge con forza e l’approccio delle percussioni e delle tastiere quanto di pi progressivo finora ci abbiano mai offerto, Am Universum a parte.

L’album suona pensato, ragionato, studiato e celebrato da musicisti di indubbio talento: la sorpresa sempre dietro l’angolo e le emozioni si rincorrono come la disperata fuga sulla slitta di Vinminen, sontuosamente tradotta in parole da un ormai celebre Pekka Kainulainen che ancora una volta sottolinea con maestria l’ossessiva ripetizione dei concetti e delle immagini mitologiche cos tipica degli scritti del Kalevala.
C’ da diventare piccoli come insetti sotto il peso del lugubre finale della title track, che tra l’altro lascer estasiati i fan di quei tipici assoli di tastiera che tanta personalit hanno donato a molteplici lavori del passato, Elegy (The Orphan? Song of the Troubled One?) in testa. L’album attacca con eterei staccati di pianoforte, addirittura accompagnati da graziosi cori femminili in “Mermaid” (stavolta non si tratta di Marco Hietala, nonostante il suo apporto sia evidente negli arrangiamenti e nella sontuosa direzione artistica dell’intero lavoro), per poi improvvisamente perdersi nella brutalit del death pi puro di “My Enemy“. E che dire dell’attacco maideniano, abbracciato da una folkeggiata davvero inusuale per gli Amorphis, di “Song of the Sage“? L’album ricco di momenti toccanti il cui peso da solo non pu che influire positivamente sul giudizio finale.
Il problema di fondo, se cos lo si pu chiamare, che la quasi totalit delle melodie portanti praticamente pop. Tutti i brani sono costituiti da una serie di riff talmente catchy e orecchiabili da far precipitare l’album, nonostante la sua vibrante complessit, nel girone di quel pop metal caratterizzato da trame melodiche immediate e di effetto sicuro, talvolta scontato: un figlio di quell’easy listening che ha fatto storcere il naso a ben pi di un fan di vecchia data. Ma allora iniziamo a sfatare qualche mito: gli Amorphis non hanno mai prodotto lavori talmente complessi da dover essere digeriti con laboriosit. Escludendo Karelian Isthmus e Am Universum, che meriterebbero un discorso a parte, l’intera discografia degli Amorphis si basa su riff semplici di contorno ad atmosfere a dir poco killer: basta prendere Tales from the Thousand Lakes o Tuonela per rendersi conto di quanto un pugno di riff ridotti all’osso possa intessere lavori di intensit a dir poco ultraterrena. Di riff easy listening pieno ogni album, ed proprio questa “accessibilit di alto livello” ad aver creato la fortuna planetaria di sei ragazzetti di Helsinki che hanno iniziato con una pianola bontempi e un cantante che, parole sue, ruttava nel microfono. Un sacco di band ha ruttato e preso a martellate una tastiera negli ultimi 30 anni, ma solo gli Amorphis hanno creato macigni come Black Winter Day o Moon & Sun part I e II.

La causa dei recenti dolori degli Amorphisiani non da ricercare quindi nella relativa orecchiabilit dei riff, ma da recuperare pi a monte. Ci che rende di tanto in tanto fastidiosamente “poppose” le canzoni probabilmente l’approccio di Tomi Joutsen, enfant prodige di Eclipse che ora inizia a diventare, come dire, poco confortevole.
Ottime le prestazioni vocali e genuina la passione tramessa nelle sue molteplici interpretazioni; tuttavia il suo growl appare dozzinale e il suo cantato pulito troppo melenso. La vis scaldica tanto eccitante sugli spartiti diventa occasionalmente piagnisteo e purtroppo sono lontane le sfaccettature isteriche e visionarie di Pasi Koskinen, tanto che per la prima volta da Eclipse ho sentito la mancanza di quel pazzo furioso che riuscito a donare profondit persino a un album obiettivamente lacrimogeno come Far From the Sun.

Cosa sarebbe stato di un album dalle qualit eccelse come The Beginning of Times se fosse stato in mano a un altro cantante, magari proprio a Koskinen? Probabilmente non avrebbe mai visto la luce perch, come redarguito da Holopainen in persona, gli album recenti sono stati letteralmente modellati attorno alla voce di Joutsen. Tolto il rammarico per quello che sarebbe potuto diventare quest’album, rimane l’indubbia soddisfazione di avere tra le mani una vera fucina di visioni, di emozioni e di sorprese ricercate e al contempo spontanee che spingono all’ascolto… e al riascolto. The Beginning of Times cresce e si gonfia con il passare del tempo e il primo quintetto di brani gi pronto a passare alla storia della band per la sua ricchezza creativa; un po’ pi fiacca la seconda met dell’album, con quel “Crack in a Stone” a dir poco incolore ma prodromo di una title track cimiteriale e senza sbavature come l’uovo che presiede la fantastica copertina e che responsabile mitologico dell’inizio dei tempi, della storia dell’umanit.
Non stato superato per malinconia l’imbattibile Tuonela, non stato superato per ardire il vituperato Am Universum e non sono state raggiunte le vette cosmiche e visionarie di Skyforger: ciononostante, siamo di fronte a un album che si incolla alla psiche come la carta moschicida e che tormenta la memoria finch non viene riascoltato per 50, 100 volte.

Per molti questo The Beginning of Times sar l’ennesima conferma della classe di una band che non ha pi bisogno di dimostrare il proprio valore e per altrettanti sar l’ennesimo chiodo piantato sulla tomba di un gruppo che ha segnato l’estremo con il suo estro e la sua versatilit e che ha scordato la via contestualmente all’abbandono di Pasi Koskinen. Sia quel che sia, bocciare alla cieca un album di una simile raffinatezza equivarrebbe a porre la barra della sufficienza talmente in alto che il 90% delle band attuali non riuscirebbe nemmeno a qualificarsi per tentare il salto.

Daniele “Fenrir” Balestrieri

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TRACKLIST:

1. Battle For Light
2. Mermaid
3. My Enemy
4. You I Need
5. Song Of The Sage
6. Three Words
7. Reformation
8. Soothsayer
9. On A Stranded Shore
10. Escape
11. Crack In A Stone
12. Beginning Of Time
13. Heart’s Song (bonus track)

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