Recensione: The Bereaved

«The Land of Tears»
L’immensa Finlandia, così scarsamente popolata, ha il dono di sfornare, quindi inversamente alla rada densità di abitante per km², una gran moltitudine che band che si dilettano a bazzicare nei territori del metal estremo.
Una di queste sono i Marianas Rest, giunti al quinto full-length in carriera, “The Bereaved“. Considerando che si sono formati nel 2013, non si può dire che la loro produzione discografica sia feconda ma, si sa, pochi sbarcano il lunario grazie alla musica e quindi si fa quel che si può. I periodi fra un’uscita e l’altra, tuttavia, hanno consentito ai Nostri di affilare le armi e, quindi, di operare una progressione tecnico/artistica che li ha ubicati ai primi posti del melodic death metal di stampo scandinavo.
Uno stile che non riflette, però, parentele varie con i cugini svedesi, mantenendo in tal modo una fiera singolarità che, sebbene non rivoluzionaria, li identifica facilmente nel confronto con gli altri act provenienti dal Nord Europa. Perché solo Nord Europa? Perché il death melodico, in altri Paesi, assume delle connotazioni diverse soprattutto per quanto riguarda la profondità emotiva.
Emozioni, quindi, e più in grande sentimenti che strappano l’anima con la forza della loro intensità, indirizzata verso incomparabili paesaggi malinconici, sui quali soffia un tanto morbido quanto melanconico vento di note. I Marianas Rest picchiano sodo su questo aspetto rispondendo, con la loro musica, alla domanda formulata più sopra: se si vuole provare la dolcezza di fiumi di lacrime che scorrono sul viso o innumerevoli singulti interni che saettano di continuo, allora non c’è altro posto dove andare.
Attenzione, però, non bisogna confondere tutto ciò con le derivazioni depressive del black metal, per esempio. No, il death metal mantiene intatti i propri dettami fondanti, evitando gli eccessi, sia a livello testuale, sia a livello musicale. Certo, l’aspra ugola di Jaakko Mäntymaa scorre linee vocali nelle quali si può intuire un disagio la cui provenienza non è dato di sapere. Peraltro, cantante molto bravo, anche, con le clean vocals, invero non invadenti, che interpretano chorus e passaggi vari melodiosi ma sempre decisi, in ottemperanza alla forza che riesce a erogare il death metal.
Addolcito senz’altro dall’onnipresenza delle tastiere (“Tyhjä“), che accompagnano in ogni istante il movimento delle chitarre, a volte arcigno se non addirittura monolitico, aiutando le partiture del basso a riempire la musica il più possibile ma sempre con la massima pulizia di esecuzione.
Ecco che di conseguenza si instaura l’antitesi si può ben dire classica fra la potenza e l’irruenza delle parti più dure, aggressive; e la leggiadria di melodie che inducono chi ascolta a chinare istintivamente la testa quasi si trattasse di shoegaze et similia. E questo ossimoro si manifesta in modo ininterrotto sia all’interno della singola canzone, sia fra una e l’altra. “Thank You for the Dance“, “Again into the Night” e “The Colour of You“, oltre all’hit “Divided“, che a parere di chi scrive rappresentano le migliori del lotto per via della loro complessità di turbamenti, riflettono questo andamento altalenante nell’erogazione dei watt.
Ed è proprio l’oscillazione nel valore della pressione acustica delle sue dieci composizioni che rende “The Bereaved” imprevedibile, di difficile assimilazione per via di una certa complessità del songwriting. Ma questo non significa inintelligibilità nell’affrontare le song. Anzi, al contrario, significa longevità. Poiché è necessario affrontare le tempeste del Mare del Nord per arrivare al centro dell’album.
Album che magari non rimarrà impresso nelle varie classifiche di fine anno ma che vive di vita propria, dotato di un’anima spessa e di un cuore pulsante, sperso in lande infinite nelle quali è piacevole lasciarsi andare.
Daniele “dani66” D’Adamo
