Recensione: The book of hours
Quello che viene in mente ascoltando The book of hours è una sorta di paradiso delle tastiere, siamo di fronte infatti a un album per certi versi fatato, volutamente retrò ma al contempo attualissimo e ben confezionato. Troviamo sintetizzatori, parti di clavicembalo, di pianoforte e quant’altro possa mandare in visibilio gli amanti dei tasti d’avorio, senza contare un’attenzione maniacale per i dettagli, una produzione nitida, e influssi in stile Genesis (ma anche Pär Lindh Project). Psichedelia, ma anche un tocco di oscurità e misticismo, questo in sintesi l’identità degli Agropelter, band che nasce da un’idea del compositore e polistrumentista norvegese Kay Olsen. Come ospiti figurano in line-up Jonas Reingold (Steve Hackett, The Flower Kings, Karmakanic) al basso, Mattias Olsson (Änglagård, White Willow) alle percussioni e Andreas Sjøen (Umpfel) alla batteria, insieme a una lista di musicisti dediti a strumenti a corda e ai fiati.
La tracklist è scorrevole e riserva diverse chicche, sta all’ascoltatore immergersi nelle trame sonore di questa avventura strumentale progressive, specialmente nella lunga suite che nei suoi trenta minuti aspira a ritagliarsi uno spazio tra le migliori composizioni dell’anno. Volendo stilare un rapido track-by-track, dopo l’atmosferico intro “Flute Of Peril” (che sembra preso da un album anni Novanta dei TFK), “Levitator” è un pezzo dall’indubbio fascino, vuoi per l’accostamento di sintetizzatori vari, vuoi per le venature gotiche che compaiono inaspettate ma danno carattere e personalità al sound degli Agropelter. La parte d’organo nel finale ne è la perfetta epitome. Evocativa anche la medievale di “Burial Mound”, impreziosita dalle note di basso di Jonas Reingold (rigorosamente dedito al fretless). Ma è la title-track il magnum opus che dà senso a The book of hours. La prima parte è la più lunga (circa 11 minuti) e inizia con inserti di flauto e di hammond, ma in realtà si tratta di un lungo crescendo in 3/4 che diventa man mano trascinante, salvo rallentare a metà brano e lasciare spazio a note di pianoforte a coda, uno degli highlights del platter. Tutto bellissimo, chapeau. La Part II è più contenuta e riflessiva per certi versi, ma altrettanto ricca d’inventiva e di cambi di dinamiche (il finale pare preso da un pezzo dei Leprous). La terza parte a tratti può sembrare interlocutoria, ma non ha senso intenderla come a sé stante, va compresa all’interno dell’intera suite. In quest’ottica si apprezza anche il bell’assolo di chitarra elettrica in stile Neal Morse Band che contiene al suo interno. L’ultimo movimento, infine, presenta delle parti di clavicembalo molto suggestive e qualche eco al classico “Watcher in the skies” dei già citati Genesis. Tutto si chiude in modo circolare e con un ultimo accordo magnificente, nemmeno fosse il finale di una sinfonia di Charles-Marie Widor.
Se amate artisti come Genesis, Camel, King Crimson, Rick Wakeman; le colonne sonore di Vangelis, Hildur Guðnadóttir o Terje Rypdal, o il lato più spirituale di certo prog. rock, troverete in questo disco pane per i vostri denti, inclusi rimandi a compositori come Bach, Beethoven e Rachmaninoff. Con un’avvertenza doverosa, trattasi di musica che richiede attenzione, non è fatta per essere mero sottofondo.
