Recensione: The Chosen One

Di Daniele D'Adamo - 29 Maggio 2019 - 17:11
The Chosen One
Band: Destrage
Etichetta:
Genere: Metalcore 
Anno: 2019
Nazione:
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84

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I Destrage fanno parte di quella ristretta cerchia di formazioni il cui stile non è canalizzabile nei i canoni di un genere ben preciso. Nella fattispecie verrebbe da pensare di tutto, senza che il problema – se così si può dire – , trovi una soluzione. Siccome da qualche parte bisogna pur inserirli, al fine di rispettare la mania ma anche la necessità logica di una classificazione più giornalistica che concreta, si può citare il metalcore quale contenitore atto a intrappolare il sound del quinto full-length in carriera del quintetto milanese: “The Chosen One”.

Già dall’opener nonché title-track si comprende subito che tale definizione è stretta anzi strettissima. Nella musica del combo lombardo c’è di tutto: progressive, djent, hardcore, heavy, rock, pop; almeno per quanto captino le orecchie dello scriba. Il risultato finale di un tale pot-pourri è semplicemente straordinario. La grande musicalità di un sound così variegato domina dall’alto le canzoni dell’album, ben lontano da difetti quali sfilacciature e dispersioni. Al contrario, tutto s’incastra alla perfezione per dar luogo a qualcosa di unico, di mai ascoltato, di innovativo. Qualcosa che, da qualsiasi punto si parta, conduca univocamente ai Nostri. Un pregio enorme, che si sbarazza con disarmante facilità della pletora di formazioni intrappolate in realizzazioni terribilmente similari, prive di coraggio, di determinazione, d’idee e talento. Sostantivi che, nel caso in ispecie, divengono doti tali da far assurgere i Destrage a gruppo di assoluto livello internazionale. La professionalità è totale, la tecnica strumentale irreprensibile ma il sound… questo sound, è qualcosa che valica con estrema facilità i confini nazionali per spargersi lungo i paralleli e i meridiani del Pianeta Musica.

In linea generale, nel suo complesso, “The Chosen One” suona dannatamente forte, con passaggi estremamente duri, metallici, granitici, in alcuni casi complicati, complessi, arditi (‘Headache and Crumbs’), tuttavia sempre (o quasi) sfocianti in clamorosi ritornelli da imparare subito a memoria. Sì, perché, almeno a parere di chi scrive, la vera forza dell’act italiano è insita in una naturale propensione alla melodia. Niente di mieloso o spiccatamente accattivante. Semplicemente, la messa in musica di arie dall’armonia tanto fluida e lineare quanto azzeccata in ogni contesto. In ogni song, cioè. Armonia che, spesso e volentieri, forma una formidabile antitesi con i momenti più aggressivi del disco, in cui, come già osservato, i Destrage picchiano secco come dei dannati.

Ecco, allora, che accanto alle eteree atmosfere le quali, nell’incipit di ‘The Gifted One’, portano la mente a sognare, si scagliano, nel brano stesso, energia e potenza, addirittura sfocianti nella follia dei blast-beats. Un ossimoro pienamente riuscito, quindi, che rende i vari pezzi del platter mai banali, mai scontati, mai ripetitivi nella loro differente storia tecnica, artistica e lirica. Quando, terminato l’ascolto di un singolo episodio, si deve passare a quello successivo, non si sa mai dove si andrà a finire; tenendo così vivo l’effetto sorpresa. Altra dote, altro pregio.

Del resto, come non stupirsi di fronte a una traccia come ‘Mr. Bugman’, clamoroso caleidoscopio dalle mille rifrazioni, dai mille colori, dai mille odori. Un contenitore magico che raccoglie un po’ tutto quanto di buono è stato già citato nell’osservazione di uno stile multiforme, tentacolare, unico nel suo genere.

Peccato che alla fine “The Chosen One” duri soltanto trentasette minuti. È talmente piacevole ed emozionante, girare le pagine dell’album, che si vorrebbe non arrivare mai alla fine.

Totalmente fuori dagli schemi abituali, dotati di formidabile bravura compositiva, con la potenza di una musica scintillante e le melodie che si stampano all’interno della scatola cranica: questi sono i Destrage, questo è “The Chosen One”.

Daniele “dani66” D’Adamo

 

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