Recensione: The Dark Delight

Di Francesco Sgrò - 26 Aprile 2020 - 14:37
The Dark Delight
Band: Dynazty
Etichetta: AFM Records
Genere: Hard Rock  Power 
Anno: 2020
Nazione:
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83

Chi scrive queste righe ricorda i Dynazty nel 2014, ai tempi di quel piccolo gioiello musicale intitolato “Renatus”.
Nonostante fosse caratterizzato da un artwork non proprio evocativo (anche se, in ogni caso, memorabile), quel particolare album (il quarto nella discografia del gruppo scandinavo), ad opinione del sottoscritto, si rivelò essere una delle migliori uscite di quell’anno.
Da quel momento la band è rimasta in costante attività, pubblicando, nel 2016 e nel 2018, altri due cd quali “Titanic Mass” e “Firesign” che, di fatto, ne hanno di nuovo confermato il grande valore artistico.
Giunti al presente, i Dynazty tornano a scuotere con decisione il panorama musicale hard ‘n’ heavy, con la fresca potenza del nuovissimo “The Dark Delight”, pubblicato ancora una volta sotto l’ala protettrice della AFM Records.

Fin dai primi istanti la band appare in focus, e affida l’onere di aprire le danze alla rocciosa e determinata “Presence Of Mind”, magnetica e ipnotica, sviluppata attorno alle cesellature chitarristiche prodotte dal duo Love Magnusson e Mike Lavér. Una coppia come di consueto abile nel costituire quella che a conti fatti si rivela essere la robusta spina dorsale di un brano contraddistinto da un impianto melodico ispirato ed efficace: l’orecchiabile refrain ne è dimostrazione istantanea.
Elementi sinfonici e partiture squisitamente heavy coesistono in un costante equilibrio nella successiva ed epica “Paradise Of The Architect”. Il brano è caratterizzato ancora da un ritornello di grande impatto, interpretato con bravura dal bravo Nils Molin: la sua timbrica limpida e squillante è protagonista assoluta anche della seguente e granitica “The Black”.
L’intesa tra tastiere e chitarre è base fondante del suono dei Dynazty. Una considerazione che si esprime nella grande classe profusa dal songwriting in dote alla band: un’altra lezione di stile emerge sulle note della bellissima “From Sound To Silence”; più intima ed atmosferica è invece “Hologram”, brano che ammicca all’attenzione dell’ascoltatore attraverso un ritornello ben costruito e ricco di pathos. Cori e ritornelli: un altro dei cardini costitutivi del Dynazty-sound.

Sentieri più tipicamente Heavy si affermano con l’adrenalinica “Heartless Madness”, mentre “Waterfall” si assesta su sonorità più morbide ma ugualmente vincenti, rendendo l’album molto vario e dinamico. Un aspetto non proprio consueto e di certo encomiabile.
Come da tradizione per il rock di matrice svedese, anche in “Threading The Needle” i Dynazty sono particolarmente attenti nel non offuscare la propria componente melodica, ben evidenziata dal solito refrain efficace e di facile assimilazione.
Torna poi l’epicità più elegante nella splendida “The Man And The Elements”, la quale, messe da parte le atmosfere più radiofoniche dei due brani precedenti, sfoggia un ritornello che per una volta si fa fiero e (inaspettatamente) battagliero, a nuova conferma di quanto la proposta musicale dei nostri sia assai versatile e proprio per questo interessante.
Le suggestive atmosfere, a tratti orientaleggianti, della seguente “Apex” inaugurano il trittico conclusivo dell’opera, che prosegue prima con la bella ed elettro acustica “The Road To Redemption” e, subito dopo, conclude l’album con la coraggiosa title track, la quale sembra addirittura rievocare, in parte, le magiche sonorità tanto care ai primi Rhapsody.

Una conclusione tanto riuscita quanto del tutto inaspettata. Un modo perfetto per congedare un gruppo nuovamente alle prese con un album di alto livello che, nonostante il passare degli anni, continua a regalare momenti di grande musica.

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