Recensione: The Harrowing Of Hearts

Di Alessandro Marrone - 10 Marzo 2020 - 0:00

Neppure il tempo di riporre sullo scaffale il recente EP “Transmutation Of Sins”, che ci arriva tra le mani un altro tra i tanti esempi circa la fertilità compositiva della Polonia in ambito di metal estremo, fucina di talenti devoti al verbo del metallo oscuro, ma soprattutto portatori di un sound fin qui subito riconducibile. Siamo pur sempre in casa Blaze Of Perdition e accogliamo il quinto sigillo discografico con enorme interesse e altrettante aspettative, soprattutto dato il piccolo ma interessante assaggio di qualche mese fa. Se qualcuno se lo fosse perso – oltre a CLICCARE QUI – non bisogna disperare, a meno che la vostra fame di collezionismo non riesca a tenervi lontani da un’edizione limitata come il sopracitato EP di qualche mese fa, perché entrambe le tracce che compongono Transmutation sono comunque parte integrante del nuovo album intitolato The Harrowing Of Hearts.

Una pelle in continua evoluzione quella dei Blaze Of Perdition, continui cambiamenti che rendono il sound adatto a chi mastica l’extreme metal sempre più mainstream dei conterranei Behemoth e che in questo caso si mantiene maggiormente ancorato ai canoni del genere, giocando sia sul fattore velocità, sia su quello creato dalla predisposizione – e dalla perfetta abilità in fase di esecuzione – a trame più ragionate, riflessive, quasi atmosferiche. Sono le stesse variazioni che sembrano portarci dentro una cripta profonda, un antro buio e con radici ben salde in quel black metal europeo che negli scorsi decenni ha saputo ritagliarsi un suo spazio e una sua forma, senza necessariamente attingere troppo dallo stampo scandinavo. La voce di Sonneillon è uno degli assoluti punti di forza del combo polacco, abbastanza ruvido da garantire la giusta attitudine ad un sound che non si disperde nei cliché del caso, ma al contempo in grado di disegnare linee vocali per nulla scontate e che invece rispecchiano la grande cura riposta in ogni singolo brano in fase di composizione.

Complice anche l’assenza di fretta in fase di creazione delle tracce, il minutaggio medio risulta essere piuttosto generoso con il cronometro e offre così la possibilità di lasciare che i brani si sviluppino attraverso la molteplicità delle caratteristiche che li portano a noi sotto la forma di un viaggio introspettivo nell’osservare il proprio cuore strappato via dal petto. Lo vedi impregnato di sangue, nella spasmodica rincorsa verso un ultimo battito e cominci ad apprezzare il meccanismo dell’album, un ascolto che non appare impegnativo neppure a chi solitamente resta in disparte quando ci si trova ad avere a che fare con il black metal. Indissolubile quanto marcata è infatti la matrice delle ritmiche stesse che non rinnegano la volontà di accostare un discreto numero di impronte digitali death metal su ogni singola canzone. Con le prime e articolate Suffering Made Bliss e With Madman’s Faith messe al sicuro, ritroviamo Transmutation Of Sins, che non fa altro che confermare quanto di buono abbia lasciato impresso in noi qualche mese addietro. Inserita nel contesto di cui s’è fatta portavoce con il singolo di cui abbiamo parlato qualche riga fa, il disegno suona ancora più compatto e le aspettative riposte nel quinto disco dei polacchi si possono considerare ampiamente rispettate.

Królestwo Niebieskie – che significa Il Regno dei Cieli – suona decisamente più old school e intermezza in maniera provvidenziale l’essenza stessa del disco, lasciandoci assimilare meglio le prime ed eccezionali tre canzoni, magari sacrificandosi, ma consapevole di avere una funzione ben precisa e che soltanto un brano più orecchiabile e stilisticamente diverso dalla forma assunta da The Harrowing Of Hearts avrebbe potuto fare. Sarà di sicuro impatto in sede live, il che non guasta mai, ma ben presto si ritorna verso quella che è la tela principale del grande dipinto creato dai Blaze Of Perdition. What Christ Has Kept Apart mescola e mette però in discussione tutto quanto abbiamo sentito fin dal momento in cui abbiamo premuto il tasto play. Facendo una maggiore pressione sul lato melodico e facendosi accompagnare da un grande lavoro di chitarre sapientemente stratificate al fine di mettere a disposizione dell’ascoltatore aperture ariose e note malinconiche, mostra un altro lato che non avevamo ancora preso in considerazione. La forma di canzone nel senso più tradizionale del termine viene messa a disposizione degli oltre 8 minuti di durata del pezzo e dispensata attraverso una costruzione epica e che dimostra ancora una volta quanto XCIII e Sonneillon si sentano a proprio agio sviluppando oscure armonie nell’arco di strutture che non hanno fretta di raggiungere una possibile via d’uscita.

The Great Seducer è la piccola suite che mai avrei immaginato di trovare. Troppo spesso siamo abituati a giustificare e accontentarci di quanto ci venga gettato nelle cuffie, idolatrando la tradizione o l’eredità di un sound che trae forza da una ricetta alle volte ingiustamente e ingiustificabilmente fine a se stessa. Non è questo il caso e anzi, presa anche singolarmente varrebbe l’intero prezzo del biglietto. Maestosa e con l’inserimento di un bell’assolo di chitarra, per la gioia di chi non indossa il paraocchi appena alzato da letto al mattino. L’album si conclude a poco meno di una decina di minuti dallo scoccare dei sessanta minuti con la cover di Moonchild (brano dei Fields Of The Nephilim), già inserita sull’EP di cui sopra e che nuovamente ci concede l’occasione di rimettere insieme le idee e le emozioni, prima che il silenzio conclusivo avvolga i nostri timpani. The Harrowing Of Hearts è un disco solidissimo, molto ispirato e che non si vergogna di mettere in mostra le contaminazioni di una band che rispecchia alla perfezione lo stato di salute del black metal in Polonia, o per essere meno pignoli, in quell’Europa che non sia la zona scandinava. Violento, veloce, vorace e mai scontato o prevedibile, convince per quanto sia capace di regalarci uno spaccato di musica che si fa carico di quello che l’ascoltatore si aspetta una volta acquistato un disco con queste premesse. Composto ed eseguito al meglio, si erge senza dubbio quale uno tra i migliori lavori di questo 2020 – seppure appena all’inizio. Perdendosi nei meandri dei suoi 7 capitoli (o ancor meglio 6, dato che uno è una cover), non vi troverete nella condizione di voler a tutti i costi trovare una via d’uscita e anzi sarà probabile che si venga a creare un rapporto di ammirazione verso un brano piuttosto che un altro. Situazione prevedibile, quando si hanno capolavori come The Great Seducer.

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