Recensione: The Hour of the Wolf

Di Stefano Usardi - 8 Marzo 2022 - 10:00
The Hour of the Wolf
Band: Amoth
Etichetta: Rockshots Records
Genere: Heavy  Progressive 
Anno: 2022
Nazione:
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70

Una copertina squisitamente demodè introduce “The Hour of the Wolf”, terzo capitolo della discografia dei finlandesi Amoth. La giovane band di Helsinki, nata nel 2006, è autrice di un heavy metal piuttosto articolato, in cui la passione per il suono robusto e sfrontato del metal anni ‘80 viene abilmente screziata con pesanti venature progressive e hard rock. Echi dei primissimi Queensrÿche e una spruzzata dei Rush del periodo “Tom Sawyer” fanno capolino di quando in quando durante l’ascolto di “The Hour of the Wolf”, cui si aggiunge qualche passaggio che ricorda i lavori più bucolici e contemplativi di Vai e Satriani. Il risultato è un lavoro che, pur mantenendo una seppur velata coesione di fondo, non teme di cambiare tono anche in modo piuttosto brusco, come ad esempio si nota tra le prime due tracce – una più arrembante e dotata di un tiro tendenzialmente luminoso e positivo e l’altra incombente, agguerrita e minacciosa. Anche dal punti di vista ritmico i nostri non si fanno mancare niente, passando da rapide sventagliate a brani lenti, languidi. Questa notevole varietà permette di tenere viva l’attenzione dell’ascoltatore per tutti i tre quarti d’ora che compongono “The Hour of the Wolf”: l’unico appunto, assolutamente personale, che mi sento di fare riguarda la resa vocale, che in alcuni frangenti mi è sembrata un po’ troppo slegata dal comparto strumentale, quasi fuori contesto.

Si parte ariosi e propositivi con l’opener “Alice”, dall’afflato tipicamente heavy anni ’80 e, a quanto pare, ispirata da un sogno riguardante Alice Cooper (su cui non indagherò oltre…). Il pezzo, come già anticipato, tiene alti i toni col suo fare rockeggiante, accattivante e sbruffone, stemperati solo da un paio di rallentamenti dal retrogusto fintamente sognante. Si passa ora al primo singolo pubblicato, “The Man Who Watches The World Burn”, ispirata al personaggio cinematografico del Joker. Come già accennato lo scarto rispetto alla traccia precedente è netto: i toni si abbassano, donando minacciosità al tutto, mentre il quintetto dispensa riff arcigni e muscolari e melodie cupe saltellando tra ritmi atletici, improvvise e vorticanti accelerazioni e sporadici rallentamenti. La discesa nell’oscurità prosegue con la decisamente più violenta “Wounded Faith”, dal fare frenetico e sferragliante – per certi versi accostabile al thrash – ma che non disdegna mescolare le carte grazie a cupi rallentamenti e schegge impazzite di follia chitarristica che le donano un che di imprevedibile. “Wind Serenade Part I” è una breve strumentale giocata su arpeggi atmosferici di chitarra che prepara la strada alla successiva “Part II”, sempre strumentale, che però sfrutta il minutaggio più importante per caricarsi di toni esotici, a modo loro crepuscolari nell’omaggiare i Satriani e Vai più languidi; la chiusura è affidata ad un arpeggio trasognato, dimesso, che pone il sigillo al pezzo con una nota mesta. “We Own the Night” torna a ritmi più confacenti al metallo classico, rialzando i toni con un pezzo strumentalmente denso e molto appagante – grazie ai continui cambi di registro – ma che viene penalizzato, a mio avviso, da una resa vocale non sempre al massimo della forma. “It Ain’t Over Yet” alza ulteriormente i ritmi, con gli Amoth che tornano a picchiare duro per trattare il tema del bullismo (sia esso scolastico o di ogni altro genere). Il pezzo si rivela una buona martellata, giocata su repentini quanto imprevedibili cambi di tono che lo mantengono teso e nervoso. Un arpeggio rilassato introduce “Traces in the Snow”, informandoci al tempo stesso che è arrivato il  momento della ballata: toni languidi venati, di quando in quando, da una certa placida enfasi ne sono i tratti caratteristici, mentre il gruppo si trattiene dal costruire il classico climax emozionale per proporre invece un andamento sinuoso e guardingo, quasi rassegnato, che ristagna per tutta la durata del brano. Il compito di chiudere “The Hour of the Wolf” è assegnato alla title track. L’ora del lupo è, stando alle parole dello stesso gruppo finlandese, quella che precede l’alba: quella in cui “il sonno è più profondo e gli incubi più reali. Quando gli insonni sono perseguitati dalle loro più profonde paure e fantasmi e demoni sono più potenti”. Quest’atmosfera lugubre si traduce in una traccia lunga e articolata, in cui l’amore dei nostri per il metal progressivo torna a farsi vedere in modo prepotente grazie a una resa solida, sfaccettata e policroma. Riff potenti e sfuriate ritmiche si mescolano a melodie declamatorie e fraseggi esotici, dal vago retrogusto mediorientale, in un continuo scarto da passaggi robusti a parentesi velatamente orrifiche, mentre il quintetto si diverte a sparare gli ultimi fuochi artificiali per prendere congedo dal suo pubblico.

Devo dire che gli Amoth sanno il fatto loro, ma nonostante ciò non permettono mai alle tracce che compongono l’album di trasformarsi in passerelle su cui esibire il proprio ego. Grazie a ciò, “The Hour of the Wolf” è un lavoro teso, diretto ma anche molto sfaccettato che, seppur senza rivoluzionare il genere o spiccare troppo sull’agguerrita massa di concorrenti, denota capacità e passione.

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