Recensione: The Human Machine

Di Michele Carli - 18 Agosto 2010 - 0:00
The Human Machine
Etichetta:
Genere:
Anno:2010
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74

Se non conoscessi i Master e se non sapessi quanto negli anni hanno dato alla causa del death metal, oserei dire che The Human Machine è in realtà figlio del recente movimento revival death metal più che il frutto di una genuina ispirazione, tanto retrò da far sembrare la famiglia Robinson una fresca novità. Invece la realtà dei fatti è che dietro al monicker del Maestro si cela il buon vecchio Paul Speckmann, ovvero il Lemmy del death, lo step successivo in materia di marciume di Onkel Tom Angelripper, o anche, per analogia con l’imponente barba e per la costanza dimostrata nel tempo, il Dusty Hill del metal estremo. Un uomo che, sin dagli anni ottanta, ha continuato imperterrito per la sua strada, sordo ai cambiamenti e sempre on the road, un concerto dopo l’altro, fino a costruirsi una carriera molto simile al collega Chris Reifert, con la differenza che i Master sono rimasti ancora più nell’ombra rispetto ai più conosciuti e idolatrati Autopsy, godendo comunque dell’ammirazione dei musicisti del genere e dello zoccolo duro di appassionati, senza però mai incontrare i gusti del grande pubblico metal.

The Human Machine, dicevo, è ne più ne meno la continuazione di quanto espresso dai Master negli ultimi anni. Un death metal primigenio, semplice e thrashy, vicinissimo ai Possessed di Seven Churches, ai già citati Autopsy, ai Death di Scream Bloody Gore e al thrash tedesco vecchia scuola di Destruction e principalmente Sodom. Basta un ascolto alla title track posta in apertura, forte di un gran bel riff secco e catchy, o alla successiva e veloce It’s What Your Country Can Do For You, per rendersi conto delle coordinate su cui si muove l’album. Come già detto, non ci sono suoni, riffs o parti vocali differenti da quanto comandato dal classico death metal, quindi bisogna direttamente evitare di pensare all’evoluzione del genere degli ultimi vent’anni. La voce del dr. Speckmann è sempre la solita, piena di disprezzo e quasi rigurgitata, e al tempo stesso così particolare da essere immediatamente riconoscibile, mentre i blast beats sono centellinati, sparsi solo in alcune tracce, mentre nel resto dell’album regna incontrastato il classico tupa-tupa d’ordinanza. Chi vive assorbendo partiture complesse e intricate, velocità di poco sotto a quella della luce e parti di chitarra tentacolari degne di un provetto polpo di scoglio, ha sbagliato proprio porta. La produzione è ottima, una delle più pulite della loro carriera ma che comunque non offre nessun contrasto con la semplice ignoranza (in senso buono) delle strutture.

Non penso che The Human Machine abbia centrato le aspettative dei fan, ritengo che le abbia proprio sfondate. È un disco dei Master, il classico more of the same che sicuramente varrà il prezzo del biglietto per chi li conosce e li apprezza da anni o per chi, comunque, è un appassionato del genere. In caso contrario, state cauti nell’acquisto: non è un capolavoro, non è di certo un disco fondamentale, eppure è divertente, è semplice e comunque è l’ultimo prodotto di un gruppo ormai storico che non ha mai lesinato sulle legnate sonore. Date retta al dottor Speckmann e provatelo.

Michele “Panzerfaust” Carli

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Tracklist:
01. The Human Machine
02. It’s What Your Country Can Do For You
03. Twisted Truth
04. True Color
05. Suppress Free Thinking
06. A Replica Of Invention
07. Faceless Victims Expelled
08. Worship The Sun
09. The Lack Of Space
10. Impale To Kill

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