Recensione: The More Things Change

Di MachineDebaser - 4 Gennaio 2004 - 0:00
The More Things Change
Band: Machine Head
Etichetta:
Genere:
Anno: 1997
Nazione:
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65

“The More Things Change…”, la seconda fatica sulla lunga distanza dei Machine Head,  è forse il loro disco più cupo e particolare, influenzato in modo particolare dall’abbandono della band da parte di quella macchina da guerra che risponde al nome di Chris Kontos, sostituito dal bravo Dave McLain.

Questo disco non ha mancato di suscitare pareri contrastanti da parte sia di pubblico che di critica anche (ma soprattutto, direi) alla luce anche del suo illustre predecessore, “Burn My Eyes”, che a suo tempo ha dato nuova linfa al movimento post-thrash.

Ma andiamo con ordine.


La prima traccia, “Ten Ton Hammer”, introduce il platter in modo deciso con un riff secco ed oscuro; già da qui si può avvertire una minore ricerca della “mazzata” a tutti i costi di pezzi come “Davidian”: la velocità è notevolmente ridotta rispetto al passato e la mancanza di soluzioni originali rende il brano prevedibile, ma la buona prestazione del vocalist Robb Flynn riesce a renderlo comunque avvincente.

Il primo singolo “Take My Scars” non si discosta molto dalla precedente traccia presentando il classico riff portante ripetuto per tutta la strofa prima del ritornello, ma la differenza questa volta la fa la batteria che adotta soluzioni molto più varie, pur se l’assolo finale può lasciare comunque abbastanza perplessi.

Il primo vero scossone è causato da “Struck A Nerve”, possente sfruriata di stampo post-thrash in cui tutto è al suo posto almeno fino al rallentamento verso il secondo minuto, dopodichè il pezzo cambia riff per poi concludersi dopo poco più di tre minuti, ma comunque di buon livello.

Sembra richiamare “I’m Your God Now” la quarta traccia, “Down To None”, ovvero con un incedere lento accompagnato da un arpeggio cupo, ma dopo 2 minuti il brano cambia registro grazie al ritmo impresso dalla batteria che prosegue fino alla classica (per i Machine Head, si intende) interruzione a metà brano per poi riprendere il tema iniziale del brano fino alla sua conclusione. Davvero un peccato, perchè con un assolo finale questo pezzo avrebbe potuto dare davvero molto più.

Inizia con un riff stridente “The Frontlines”, un brano che fin da subito si preannuncia sullo stile di “Take My Scars” con la differenza che in questo caso il ritornello è davvero coinvolgente, ma la sensazione è che i continui cambi di registro smorzino non poco la carica del brano; questa volta, dopo la pausa con relativo arpeggio, ci si ripresenta alla memoria ciò che fu “I’m Your God Now” da “Burn My Eyes”, ossia un bell’assolo accompagnato da una ritmica possente e trascinante con gran finale a bassa di martellata di doppia cassa.

“Spine” riesce invece dove finora i brani precedenti avevano avuto non poca difficoltà, ossia affiancare un riff cupo e roccioso ai continui cambi di atmosfera e di tempo: il pezzo si snoda in una strofa dove Robb Flynn dispensa emozioni con un arpeggio memorabile, un bridge che preannuncia catastrofe e un coro breve ma convincente. Classica interruzione e poi il tutto viene completato da una fase lenta ma carica di pathos e un bell’assolo.

La seconda traccia davvero aggressiva del platter è “Bay Of Pigs”, che senza troppi preamboli si lancia in un assalto nel più classico stile Pantera, prima fermarsi bruscamente al culmine della rabbia per poi ricominciare d’accapo e stupire l’ascoltatore all’arrivo del riff introduttivo dell’agguerrito assalto finale; insomma: altri quattro minuti intensi quanto carichi di rabbia.

A questo punto ormai “Violate” non dovrebbe risultare una novità: una marcia lenta e malinconica che accompagna Flynn nel suo cantato sofferto che sembra trovare uno sfogo al momento dell’improvvisa accellerazione del pezzo: un’accelerazione improvvisa questa che, come per altri pezzi del platter, attira nuovamente l’attenzione dell’ascoltatore.

Per “Blistering” invece si potrebbe fare lo stesso di scorso di “Spine”, se non fosse che in questo caso il tutto è molto più thrash-oriented, a volecità più sostenuta i cui riff decisi e trascinanti rendono il pezzo uno tra i migliori del disco: cosa che, a dire il vero, finora è parsa tutt’altro che un’impresa.
Chiude la track-list la sofferta “Blood Of The Zodiac”, che dopo un inizio riflessivo aumenta velocità e consistenza col passare dei secondi prima di sfociare la sua atmosfera malinconica all’arrivo del bel cantato di Flynn, da lodare soprattutto nell’introduzione del coro. Il pezzo trascorre riprendendo il tema principale e concludendo il tutto con un assolo struggente per poi svanire con l’urlo sgraziato di Flynn.


Come detto all’inizio, non sono stati pochi i fan dei Machine Head ad essere delusi da questo disco, soprattutto per ciò che è stato “Burn My Eyes” tre anni prima. Certo, sono due album diversi in quanto questo disco è molto più cupo e meno thrash-oriented del suo predecessore, ma è la quasi totale mancanza di brani killer e deludere: le sferragliate di “Old” e “Davidian”, la spontanea guerriglia di “Blood For Blood” ma soprattutto la ferocia “Block” sono carenti per quasi tutta la durata del disco.

Altri difetti qui diffusi sono l’eccessiva ripetitività di certe soluzioni poco adatte alle canzoni più lente (le abusate interruzioni a metà del brano), la scarsità di assoli davvero coinvolgenti e, cosa davvero fastidiosa, la sua scarsa longevità: in pratica dopo qualche ascolto i pezzi sembrano davvero indistinguibili. In conclusione questo disco è comunque consigliato ai fan della band, più che a quelli di “Burn My Eyes” per i quali è obbligatorio un ascolto preventivo.




 


Line-up

Robb Flynn, chitarra, voce

Logan Mader, chitarra

Adam Duce, basso

Dave McLain




Track-list

1   Ten Ton Hammer

2   Take My Scars

3   Struck a Nerve

4   Down to None

5   The Frontlines

6   Spine

7   Bay of Pigs

8   Violate

9   Blistering

10 Blood of the Zodiac


 


 

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