Recensione: The Phoenix

Di Roberto Gelmi - 21 Settembre 2020 - 12:16
The Phoenix
65

Ottavo studio album, dopo un lungo iato (di qui il titolo che chiama in causa la fenice), per l’eccentrico tastierista di Laguna Beach che in carriera ha fatto tour con Kiss, Yngwie Malmsteen e Dream Theater, e oggi ritorna con un lavoro solista ricco di ospiti illustri. Chiunque abbia visto Derek on stage sa che il musicista californiano sarebbe potuto diventare un chitarrista, ma i casi della vita l’hanno portato verso gli studi di pianoforte, così Sherinian ha saputo riversare il proprio estro nei tasti d’avorio creando dei suoni inconfondibili grazie a sintetizzatori dall’asprezza unica. Come non bastasse il key wizard oltre a militare in band storiche è riuscito a far parte di realtà interessanti come Planet X, Black Country Communion e i recenti Sons of Apollo. Un artista, dunque, che sa essere centro attrattore quanto session man versatile per ogni evenienza.

Fatta questa premessa, cosa chiedere a The Phoenix, dopo quanto già ascoltato in Oceana, Molecular Heinosity e Blood of the snake? Nient’altro che altra buona musica da parte del tastierista americano, osiamo rispondere, con la giusta dose di tecnica e qualche chicca immancabile se proprio vogliamo fare i pignoli. Vediamo se le attese vengono soddisfatte o meno nella manciata di canzoni che compongono il platter, la cui durata si aggira attorno ai 40 minuti complessivi.

La title-track in apertura non lesina i virtuosismi e vive di un afflato rockeggiante in stile Van Halen con il basso imbizzarrito di Billy Sheehan a riprova del tutto. La successiva “Empyrean Sky” richiama invece le atmosfere visionarie e sci-fi dei Planet X (tornano in mente anche certe produzioni della vecchia cara Magna Carta Records), però mancano Tony MacAlpine e Allan Holdsworth alla chitarra e a imbracciarla questa volta è Bumblefoot. La produzione è quella che da sempre contraddistingue le uscite di Sherinian, estremamente chirurgica e priva di orpelli. Tra gli highlight dell’album troviamo il contributo di Steve Vai nella mitologica “Clouds of Ganymede”, pezzo che sicuramente invoglierà più di un ascoltatore verso l’acquisto del full-length (che sarà ricordato evidentemente come “l’album con Steve Vai”), ma onestamente l’apporto di Sherinian all’interno della traccia è davvero limitato. Interessante semmai “Dragonfly”, pezzo concepito per pianoforte, con un avvio intricato ai tasti d’avorio e poi un’ottima parte ritmica di Simon Phillips, compagno di lungo corso di Derek.

Le ultime quattro composizioni spaziano su lidi sonori alterni. “Temple of Helios” (che vede la presenza di Bumblefoot e Jimmy Johnson alla chitarra) propone dei tempi dispari interessanti e qualche unisono convincente. Si passa al blues, invece, con la cover di Buddy MilesThem Changes” e Joe Bonamassa è l’ospite scontato per un simile brano storico, che però doveva essere collocato altrove all’interno della scaletta, magari quale bonus track come fu per “In the summer time” nel 2006. Tornano le atmosfere spaziali dei Planet X in “Octopus Pedigree” e Bumblefoot è di nuovo chiamato in causa per intessere ritmiche serrate in uno dei brani più metal oriented del platter. A vincere la palma di pezzo più heavy comunque è “Pesadelo” (incubo in portoghese) con la presenza sugli scudi di Mr. Kiko Loureiro, chitarrista dei Megadeth che forse i più ricorderanno, però, per i suoi gloriosi trascorsi insieme agli Angra. Il brano è un bellissimo spot per le doti tecniche del brasiliano, inclusa una parte acustica, ma il brano in sé non è memorabile.

The Phoenix è tutto qui. Derek ha la capacità di essere centro attrattore di grandi talenti, ma la sua musica resta invariabilmente legata a una concezione del progressive troppo monolitica. L’artista californiano è altresì uno special guest ambito che ha suonato in decine di dischi e nei propri lavori solisti ne ospita altrettanti di caratura mondiale (complice una carriera di tutto rispetto): in The Phoenix oltre a Bumblefoot suonano anche Kiko Loureiro, Steve Vai e Zakk Wylde. Il problema principale del disco tuttavia è la discontinuità della tracklist e una scarsa coesione dei brani tra loro, rischio difficilmente evitabile quando in line-up figurano troppi nomi illustri. Spiace dirlo ma la resurrezione dalle ceneri di Derek Sherian per ora è riuscita solo in parte, meglio tornare a riascoltare Black Utopia e Mythology, due dei migliori album nel suo catalogo.

p.s. per chi si chiedesse cos’è che rende il sound dell’album a tratti ancor più ricercato ricordiamo la presenza tra gli ospiti di Armen Ra al theremin, scelta azzardata ma un minimo originale.

 

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