Intervista Black Swan (Robin McAuley)

Terzo album e terza scossa tellurica per i Black Swan: con “Paralyzed”, Robin McAuley guida un supergruppo in stato di grazia dentro un hard rock melodico più oscuro, viscerale e incredibilmente attuale. In questa intervista per TrueMetal.it, il simpatico e disponibile cantante irlandese ci porta al centro dell’urgenza emotiva del disco, tra paralisi esistenziale, riff monolitici e quella chimica speciale con Reb Beach, Jeff Pilson e Matt Starr che ha trasformato il progetto in una vera band.

Intervista a cura di Fabio Vellata
Ciao Robin, sono ancora Fabio Vellata di www.Truemetal.it. È davvero un piacere ritrovarti dopo il tuo precedente album solista uscito qualche tempo fa. Il nuovo disco dei Black Swan mi è parso un lavoro davvero intrigante.
“Paralyzed” dà l’impressione di un album che cattura un’energia potente ma allo stesso tempo catartica, quasi un urlo contro la paralisi del mondo nel post‑pandemia. Come è nata questa urgenza tematica nei testi?
Ciao di nuovo Fabio!
Sì, eccoci arrivati al terzo disco dei Black Swan. Il processo di scrittura è stato piuttosto coerente per tutti e tre i lavori finora: Reb e Jeff si occupano della parte musicale e io in genere penso ai testi e alle melodie. Amiamo tutti una buona melodia e spesso capita che loro mi suggeriscano di cambiare una linea o un verso che secondo loro funziona meglio con gli accordi o con il groove del brano, cose del genere. Mi piace scrivere testi che raccontino una storia ma che restino aperti all’interpretazione personale. Per quanto riguarda la title track “Paralyzed”, a livello lirico ma anche con l’artwork volevo rappresentare la situazione attuale del mondo, questo stato di inquietudine globale. Proprio una sorta di paralisi, potremmo dire! In che direzione stiamo andando, quali decisioni verranno prese con o senza il nostro coinvolgimento?
Con Reb Beach che sfodera riff di chitarra e Jeff Pilson che picchia sul basso, “Paralyzed” si propone come un buon disco di melodic rock ma con una sfumatura più oscura: qual è stato il momento in studio in cui hai capito che questo album sarebbe stato di buon livello?
Su questo disco Reb è davvero in stato di grazia. È un lavoro pesante, potente, veloce, con melodie contagiose che ti tengono incollato all’ascolto. Quando ho ricevuto per la prima volta la musica da questi ragazzi l’ho trovata quasi intimidatoria, ma poi mi ci sono immerso completamente e ho cercato di sentire ogni singola nota prima di iniziare a lavorare su testi e linee vocali. Spesso mi mettono a disposizione materiale talmente valido che è impossibile non trarne ispirazione.
C’è anche l’ottimo Matt Starr, in “Paralyzed” …
Ah!!! Matt porta davvero il tuono in questi pezzi. Quando scriviamo andiamo a fondo e non buttiamo via nulla. Ogni strofa, ogni pre‑ritornello, ogni ritornello e ogni bridge: cerchiamo dov’è la forza e la facciamo emergere al servizio della canzone. Penso che sia esattamente questo ciò che si percepisce ascoltando i Black Swan. In tre dischi abbiamo forgiato un sound che è ormai, a tutti gli effetti, il nostro marchio di fabbrica…
I Black Swan hanno sempre bilanciato melodia e potenza, ma qui si avverte un’evoluzione più matura, quasi introspettiva: quanto della tua esperienza con i McAuley Schenker Group ha impregnato questo album in senso personale, soprattutto nei cori?
Chiunque mi conosca o abbia ascoltato i McAuley Schenker, o qualunque altra band con cui ho lavorato, sa che per me tutto ruota attorno alle grandi linee melodiche e ai ritornelli che restano impressi. Per questo sono stato criticato più di una volta, ma non saprei davvero lavorare in modo diverso. Jeff e Reb sono assolutamente votati al grande ritornello senza però sacrificare la potenza. Con il modo di scrivere dei Black Swan mi sento esattamente nel posto in cui voglio essere. Ovviamente, nel corso degli anni ho imparato molto sul mio modo di cantare e di comporre, e tutto questo mi ha portato a questo stato di piena consapevolezza. So che cosa è in grado di fare la mia voce e scrivo di conseguenza, per valorizzare al massimo ciò che funziona meglio.
Frontiers Music è diventata nel tempo una fucina di talenti hard melodici, e “Paralyzed” ci si inserisce alla perfezione: c’è stato un brano in cui hai dovuto spronare Reb o Jeff ad osare di più, magari spingendo verso un assolo o un’armonia inaspettati?
Questi due non hanno mai bisogno di incoraggiamenti quando si tratta di tirare fuori riff micidiali! Sono nati per shredare, ahahah!!!

Esatto! Reb Beach è un mostro alla chitarra, ma qui sa anche trattenersi per lasciare respirare la melodia: ti è mai capitato di dirgli “basta shred, adesso voglio pura emozione”?
Pff, come se potessi dire a Reb Beach che sta shredando troppo, ahahah!!!!! Non è una cosa che mi sia mai passata per la testa, semplicemente perché Reb sa come si scrivono le canzoni. Sa esattamente quando lasciare spazio e come farlo. Amo il modo in cui costruisce i suoi assoli, con tutto il bagliore e la spettacolarità, ma è il modo in cui, alla fine, inserisce queste melodie alte e memorabili a funzionare alla grande con la mia voce.
Shred, Reb, shred!!!!!
La title track “Paralyzed” ha un hook vocale che ti si stampa in testa: nasce da un episodio personale della tua vita, oppure è più il ritratto collettivo di una band che combatte, magari contro la paralisi creativa nell’industria musicale?
Ancora una volta, è tutto lasciato all’interpretazione del singolo. Può essere sentirsi bloccati in una relazione, o avere la percezione di non andare da nessuna parte nella propria vita; può essere un mondo immerso nel caos e nei conflitti, l’incertezza, la ricerca della risposta perfetta con la speranza di trovarla. In fondo credo che tutti sappiamo cosa ci rende felici, ma a volte abbiamo troppa paura per far sentire la nostra voce e trasformare quella consapevolezza in realtà.
Negli anni ’80 hai costruito un timbro inconfondibile con i McAuley Schenker Group, ma con i Black Swan sembri indossare una seconda pelle: come gestisci il passaggio da quei giorni gloriosi al ruolo di frontman di un supergruppo che, in “Paralyzed”, non ha timore di sperimentare con elementi più ruvidi e graffianti?
I Black Swan sono il mio posto felice. Nessun ego, solo onesto hard rock suonato con il cuore, la musica che amiamo fare!
“Paralyzed” esce in un 2026 affamato di vero rock: quale canzone consideri il vostro “biglietto da visita” per la nuova generazione di fan? Magari da proporre dal vivo?
Purtroppo, finora i Black Swan non sono ancora riusciti a esibirsi dal vivo, ma speriamo di poter cambiare le cose al più presto. Gli impegni di Reb con Winger e Whitesnake, quelli di Jeff con i Foreigner, Matt con Ace Frehley (R.I.P.) e i miei stessi impegni hanno reso difficile confermare date dal vivo. Ci piacerebbe molto che un forte interesse da parte dei promoter dei festival cambiasse questa situazione.
Mi sono piaciute particolarmente alcune canzoni. Ad esempio “Death of Me”, un pezzo che esplode con un mid‑tempo incalzante e armonie in crescendo: che cosa ha ispirato quel taglio crudo e confessionale nei testi?
Sì…un riff fantastico e un groove pazzesco, questo brano. A livello lirico il messaggio è uno di quelli antichi: parla degli ultimi della società, è un grido d’aiuto che arriva dai meno fortunati, dai poveri, dai senzatetto e da chi soffre di malattie mentali. Eppure eccoci qui, e non è cambiato poi molto: quelle richieste di aiuto continuano a cadere nel vuoto. Soluzioni abitative e di stabilità, accesso alla salute mentale e alla sanità, iniziative di supporto sul campo, e così via: l’elenco è lungo… c’è ancora tantissimo da fare!
Il micidiale opener “When the Cold Wind Blows” imposta subito un tono ad alto voltaggio: questo brano è stato pensato come dichiarazione d’intenti per “Paralyzed”?
“When the Cold Wind Blows” parte con un’intro davvero pesante che mi ha ispirato immediatamente questi testi. Una notte di ghiaccio e freddo. Intrappolati in una TOMBA GELATA in cui gli dèi delle tenebre emergono aspettando che tutto l’inferno si scateni. Un incubo di solitudine, fame, freddo e desolazione. Sarà una lunga notte!!!!!!!
E poi, “I’m Ready”, che ha il respiro di un moderno inno AOR, con crescendo epici: raccontaci il cambio di tonalità nel ritornello finale – è stato un colpo di magia nato in studio o una scelta studiata per mettere in risalto il vostro stile versatile?
Credo stessi pensando al mio “canto del cigno”, alla mia ipotetica melodia di congedo, ahahah!!! Una sorta di scusa finale prima dell’ultimo addio. Devo aver mangiato qualcosa di pesante la sera prima di scrivere il testo. Ehehe!!! Detto questo, è un brano di una bellezza incredibile e uno dei miei preferiti del disco.
Con una line‑up così stellare siete riusciti a evitare qualsiasi atteggiamento da superstar: qual è l’aneddoto più divertente o più teso legato a “Paralyzed” che racconta bene l’alchimia unica tra te, Reb, Jeff e Matt?
Non ci vediamo spesso, semplicemente perché viviamo tutti in zone diverse degli Stati Uniti. Di solito capita solo quando registriamo o giriamo i video, ma ogni volta che siamo insieme è uno spasso totale!!!
Guardando oltre “Paralyzed”, i Black Swan punteranno a un tour europeo? E tu, Robin, che cosa ti “paralizza” di più nel rock di oggi: la mancanza di palchi immensi come una volta o la progressiva dispersione del pubblico dei concerti?
Beh, Ci piacerebbe moltissimo suonare nei grandi festival, quindi promoter, chiamateci pure. Ogni volta che salgo sul palco mi diverto da matti. Non mi stanco mai di vedere quei volti sorridenti e felici sotto il palco. È quello che amiamo fare, quindi niente paralisi: il pubblico è fantastico e sempre rumorosissimo!!!
Grazie di cuore per tutto Robin, e come sempre, un enorme in bocca al lupo!
Grazie a te, Fabio. Apprezzo davvero il tuo sostegno ai Black Swan e spero di incontrarti presto on the road!


