Recensione: The Quest

Di Pasquale Ninni e Leonardo Ascatigno - 11 Novembre 2021 - 12:00
The Quest
Band: Yes
Etichetta: Insideout Music
Genere: Progressive 
Anno: 2021
Nazione:
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65

Nella Divina Commedia il canto I dell’Inferno, che funge da proemio a tutta l’opera, contiene i presupposti dell’esperienza eccezionale che Dante “personaggio” ha compiuto e che Dante “autore” intende narrare; quindi nell’opera prende forma una narrazione fatta da due livelli differenti, una stessa persona che vive due situazioni differenti enfatizzate dal fattore tempo: al passato per il viaggio del personaggio-pellegrino; al presente per quello dell’impegno del poeta-uomo. Questa è la medesima situazione in cui si ritrovano i fan degli Yes dopo aver ascoltato la loro ultima fatica musicale: The Quest. Ascoltare l’album significa ritrovarsi in una situazione pericolante, in cui giganteggia il dubbio se valutarlo puntando gli occhi al passato, inserendolo nel circuito dei loro primi capolavori, o se giudicarlo nel presente, qui e ora, al netto di condizionamenti e comparazioni che, per quanto inutili e fuorvianti, in ogni caso comunque faranno sentire la propria pressione. Insomma, compito ingrato in entrambi i casi, così come questo compito sarà aspro sia per i fan nostalgici degli Yes e sia per quelli di recente istituzione.

Gli Yes sono stati lo spioncino spazio-genio-temporale da cui sbirciare l’immensità della genialità, delle avanguardie, della bellezza, della sorpresa e del gusto musicale. Uno spioncino che apriva davanti all’occhio scenari meravigliosi, fantastici, paradisiaci e a tratti irreali; un luogo dove allignava una grande percentuale delle emozioni e del patrimonio musicale che hanno caratterizzato la storia della musica fino a oggi, uno spazio che guardava l’arte del pentagramma in modo enciclopedico, eclettico, vitale, creativo e tracimante da allargarsi ben oltre il comune immaginario. Però tutto questo, in alcuni passaggi, è stato perso e tra questi passaggi si issa l’album The Quest, un lavoro che non rende giustizia alla maestosità degli Yes anche se questa, probabilmente, è stata picconata dal tempo e da una formazione che non è più quella mescolanza che ha portato a creare autentici capolavori come Fragile (1971) e Close To The Edge (1972). Infatti The Quest si avvicina maggiormente a lavori quali Magnification. L’ascolto del disco fa emergere alcune melodie non propriamente allineate agli originali standard degli Yes (se non si stesse parlando di loro avremmo scritto “scontate”) anche se emerge, in qualche passaggio, l’originalità della band britannica, che la rendono riconoscibilissima. A tutto questo si aggiunga la poco felice trovata di rendere il cantato di Jon Davison molto simile a quello dell’insostituibile Jon Anderson; questa scelta non era necessaria, anche alla luce del valore suo e dell’intera formazione.

The Ice Bridge, che apre il primo dei due dischi che compongono The Quest, ha uno start piuttosto infelice e fa temere il peggio soprattutto per i temi chitarristici. L’andamento trionfale dopo molti ascolti però risulta più godibile e il groove successivo è davvero travolgente. Il basso di Billy Sherwood è preciso e incisivo ed è lui il vero motore della track d’apertura, mentre Geoff Downes tesse linee molto interessanti alle keys, soprattutto nel finale. La riflessiva Dare to Know è in grado di riportare l’ascoltatore indietro nel tempo, la canzone è apparentemente semplice e di gusto raffinato. Le polifonie vocali nei verse sono davvero evocative e i breaks al limite del cinematografico (in senso positivo) evidenziano un Geoff Downes in grande spolvero. Le evoluzioni strumentali e i temi di Stewe Howe col pedale del volume sono la marcia in più di questa song, frammentata ma mai pacchiana (bellissime le ritmiche distorte nella reprise). Minus the Man attacca in sordina, alcuni temi di Howe sembrano un po’ spenti e scarichi, in sostanza si è davanti al primo step per cui si desidera premere il tasto skip negli ascolti successivi; peccato perché la sezione finale si rivelerà comunque di alto livello.

 

Leave Well Alone è orientale nell’introduzione, poi catchy nel riffing chitarristico. La scelta dei suoni della chitarra elettrica operata da Howe non è tra le più felici, manca “di pancia” e il tutto risulta piuttosto distaccato dal resto. Il brano va avanti con una bella strofa cantata su toni bassi, le variazioni e i cori sono di gran classe. Jon Davison dimostra di avere il pieno controllo della situazione, inoltre è a suo agio in tutte le sfaccettature del brano, composto e raffinato come solo un degno sostituto di Jon Anderson può essere, fermo restando quanto detto in apertura. The Western Edge è sinuosa e articolata sin dall’inizio; le voci dei componenti si intrecciano alla perfezione ed è un tripudio di emozioni ascoltare e ammirare tutti questi mondi sonori che si incontrano e si abbracciano pur essendo così diversi. Un brano intenso che va ripreso più volte per poter essere apprezzato fino in fondo. Future Memories contiene un arpeggio iniziale che ricorda (stranamente) Black Horsemen di sua maestà King Diamond, magari con meno teatralità e di sicuro con meno enfasi “maligna”. I verse cantati sono in stile ballad di Union (disco incredibile del 1991); Jon Davison qui è un menestrello che canta “In the mirror of the mind projecting – All I want my life reflecting”.  I ritmi fino a ora son molto pacati, non certo per la grande maturità del combo, ma per un’accurata ricerca stilistica.

Music To My Ears è ispirata e trasmette serenità sin dalle prime note. Una sorta di calma spirituale avvolge la song (ma in realtà tutto il primo cd dell’intero platter). Il chorus è molto semplice, ma efficacissimo e lascia spazio a dei break diminuiti piuttosto inusuali che rendono comunque perfetto quello stato emozionale di instabilità e sospensione voluto dalla band. A seguire si potrà ascoltare il capolavoro dell’album. Living Island è qualcosa di inimmaginabile, il lirismo e il pathos di questo brano sono ai livelli più alti della carriera del combo. Straziante e ispiratissima, in 06:51 minuti passa da momenti eterei ad altri più epici. L’intro alle chitarre acustiche e classiche di Steve Howe lascia spazio al pianoforte e a linee vocali d’altri tempi. Tutto ciò rappresenta una ulteriore porta verso il passato, quello targato Yes, e nel finale è davvero un piacere ascoltare i fill così carichi di musicalità del solito roccioso Alan White alla batteria. Il “Forevermore” nel finale è tutto. Sister Sleeping Soul apre il secondo cd, sempre in modalità mid-tempo e con strumenti a corde evocativi, tuttavia questo brano è il più trascurabile di tutto il platter, contiene delle belle idee, ma non aggiunge nulla di particolare. La band lavora su registri comodi, insomma, ma questo non dovrebbe trarre in inganno. Non si sta parlando di una take semplice o scontata, tutt’altro. L’ascolto risulta molto piacevole e col tempo si apprezzano anche le più piccole sfumature, tuttavia vi è nell’aria sempre qualcosa di “già sentito” all’interno di The Quest.

Un attacco chitarristico un po’ troppo scontato caratterizza Mystery Tour, il chorus rimane impresso nella mente con una facilità impressionante, peccato per il finale che appare troppo frettoloso. Damaged World conferma il livello incredibilmente inferiore di questo secondo disco rispetto al primo. A tratti non sembra nemmeno di ascoltare gli Yes, se non fosse per alcuni timbri particolari degli strumenti. Il brano dà l’impressione di rappresentare il classico riempipista, ma per chi scrive, il finale di un disco dovrebbe avere la stessissima valenza della sua apertura e qui purtroppo siamo davanti a uno dei modi peggiori di chiudere un album. Troppo deludente come saluto ai propri fan (e non) e decisamente sotto tono per un qualsiasi doppio album. Non enfatizza in nessun modo quanto ascoltato fino a questo punto, la classe c’è sempre, ma le idee di base sono troppo easy e catchy. Steve Howe non aiuta in questo, le sue parti risultano pesanti e quasi imbarazzante risulta la modulazione (inesistente a dir la verità) a cavallo della reprise. Un’occasione persa per chiudere in bellezza un album che non rappresenta comunque una delle vette più alte raggiunte dagli immensi Yes.

In chiusura una nota di merito va assegnata alla bellissima copertina, in pieno stile Yes, con la decorazione del nome della band che sembra opera dell’italiano Marco Lodola, già attivo in ambito musicale come la sua proficua collaborazione con i Timoria.

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