Recensione: The Shadow and the Wind: 1973-1974

Di Stefano Ricetti - 20 Novembre 2025 - 11:06

Della formazione killer degli Uriah Heep ricompresa dentro il box The Shadow And The Wind: 1973-1974 licenziato da poco sul mercato dalla Hear No Evil Recordings Ltd, una sussidiaria della Cherry Red Records, rimane il solo Mick Box, chitarrista e unico membro della line-up originale ancora in prima linea. Gli altri quattro ci hanno lasciato del tutto, passando a miglior vita: il cantante David Byron nel 1985, il tastierista Ken Hensley nel 2020, il batterista Lee Kerslake nello stesso anno e il bassista Gary Thain nel lontano 1975.

Certo è che per l’intellighenzia metallica quella formazione permane una delle più iconiche della lunga storia della band inglese. Questo per quanto afferente la parte hard rock, perché se si prende in considerazione il loro periodo più metallaro, quello di Abominog del 1982 con Peter Goalby alla voce, beh, anche in quel caso si può tranquillamente parlare di una ulteriore killer line-up, sebbene su di un piano diverso: Mick Box (chitarra), John Sinclair (tastiere), Bob Daisley (basso), Lee Kerslake (batteria).

Tornando al box di 5 Cd oggetto della recensione, esso ricomprende ben tre testimonianze dal vivo: il Live 1973 catturato durante le date del British Tour del gennaio di quell’anno, il Live 1974 e il Live 1974 at Shepperton, con l’aggiunta di bonus track. Suona quasi incredibile, oggi, realizzare che gli Uriah Heep dal 1970 al 1972 avessero pubblicato ben cinque album ufficiali: …Very ‘Eavy …Very ‘Umble (1970), Salisbury (1971), Look at Yourself (1971), Demons & Wizards (1972) e The Magician’s Birthday (1972).

Una prolificità accompagnata da qualità che, a dispetto della critica dell’epoca, molto scettica nei loro confronti agli inizi, permise al gruppo di Mick Box di “giocarsela”, sebbene senza velleità di vittoria, con i vari Deep Purple, Led Zeppelin e Black Sabbath.

The Shadow And The Wind: 1973-1974 ricomprende poi i due album in studio pubblicati in quel periodo, ossia Sweet Freedom del 1973 e Wonderworld del 1974, entrambi arricchiti da bonus track. Come di consueto, il prodotto Cherry Red si accompagna a un succoso booklet di ventiquattro pagine con belle foto della band, le note tecniche di rito e un lungo excursus testuale sugli Uriah Heep griffato Rich Davenport, allestito con la collaborazione di Mick Box in persona, Michelle Coombe e Chip Ruggieri.

A livello di ascolto è quindi assicurata una “piena” degli Heep dei primi anni Settanta, quindi hard rock a profusione con venature Prog infarcite dalle tastiere di Ken Hensley e a caratterizzare il tutto la voce teatrale di David Byron, una fra le più distintive di quel periodo.

Dentro i vari live, come si era usi all’epoca, confluiscono i pezzi di maggior rilievo della produzione del gruppo inglese sino a quel momento, trovano quindi spazio le varie “Easy Livin’”, pezzo che poi avrebbero sublimemente indurito e metallizzato gli W.A.S.P. su Inside the Electric Circus del 1986, poi “Gypsy”, “Look at Yourself”, “Sweet Lorraine”, “Sweet Freedom”, “The Easy Road” – solo per citarne qualcuna – e, per finire, quel “Rock’N’Roll Medley” nel quale gli Uriah Heep ripropongono alcuni dei grandi successi del Rock’N’Roll degli anni ’50 e ’60. Per quanto afferente i due album in studio, contribuirono entrambi a consolidare lo status del gruppo britannico che proseguì nello sviluppo della propria formula, che abbinava la durezza dell’hard alle svisate del Progressive confezionando canzoni memorabili quali “Something or Nothing”, “Seven Stars” e “Suicidal Man”, solo per fermarsi a tre.

 

Stefano “Steven Rich” Ricetti     

 

 

 

 

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