Copertina di The Symbol Remains dei Blue Öyster Cult
Recensione Album · 2020

Blue Öyster Cult The Symbol Remains

di Francesco Maraglino 11 Ottobre 2020 - 10:05
Tipologia
Album
Anno
2020
Nazione
Stati Uniti

Tanto tuonò che piovve. Dopo le ristampe degli album più “recenti” (intesi come quelli degli ultimi decenni, dagli anni Novanta del secolo scorso in poi) e le proposte e le riproposte di ottimi album live e celebrativi, la Frontiers ha oggi l’onore di dare alle stampe il nuovo album d’inediti dei Blue Oyster Cult. Si tratta del primo studio-album della band dopo “Curse of the Hidden Mirror” di quasi due decadi fa.
“The Symbol Remains” è il titolo di questo nuovo full-length, ma va detto subito che dei Blue Oyster Cult rimane in splendida forma non solo – come il titolo sembrerebbe prefigurare - il simbolo, ma anche, in maniera davvero sorprendente,  tutta la classe, l’inventiva e l’energia che l’ha resa celebre.
In questo disco - in linea, in fondo, con la politica fin qui seguita di ripercorrere, tramite ristampe e dischi dal vivo, sia i tratti salienti che le meno celebrate espressioni recenti del percorso stilistico del gruppo - la band a stelle e strisce prova, con successo (e con brio inimmaginabile) a ricreare le diverse atmosfere d che hanno sancito il successo della band in momenti differenti della sua lunga ed onorevole carriera.

Ecco, dunque, che Eric Bloom, Donald “Buck Dharma” Roeser e compagni, ci fanno riascoltare un heavy rock memore dei primi anni della loro carriera (ma anche di dischi meno celebrati come il recentemente ristampato  “Heaven Forbid”) in tracce come That Was Me e There’s A Crime, dai riffoni duri e pesanti come macigni, o ancora come Stand And Fight, hard rock cupo assai, sebbene  trafitto dai baleni di fulminanti saette chitarristiche .
Anche The Alchemist è un tenebroso heavy rock, dai contorni qui maggiormente teatrali, mentre la formidabile The Return Of St. Cecilia ci sottopone un rock duro dinamico e policromo con chitarre da urlo e dai passaggi quasi fusion.

D’altro canto, in “The Symbol Remains” non mancano i richiami al versante più orientato alla melodia, al pop-rock e, per certi versi, all’AOR dello stile dei BOC, che portò tanta fortuna alla formazione tra la fine dei Seventies e l’inizio degli anni Ottanta del secolo scorso. Un pop-rock, sia chiaro, mai banale e consolatorio, ma, anzi, a tratti inquietante. Ne sono fulgidi esempi qui Edge Of The World, dai riff melodici catchy e deliziosi, nonché canzoni di squisita fattura come Secret Road, Fight e Box In My Head.

Train True (Lennie’s Song) e Nightmare Epiphany, addirittura, aggiungono toni veloci e frizzanti, nonché speziati di americana,  roots  e rockabilly.
Non mancano, poi, ballate come l’affascinante, raffinata e conturbante Tainted Blood e l’hard rock melodico di The Machine.

“The Symbol Remains”, dunque, certifica che, anche dopo decenni di attività, i Blue Oyster Cult sono ancora perfettamente in grado di esplicitare  maestria,  grinta, capacità compositiva ed eclettismo. Gli intrecci di chitarre, tra loro e con il piano e le tastiere, la carica della sezione ritmica, la gradevolezza delle melodie sono incastonati qui all’interno di esecuzioni ingegnose e magistrali che, pur senza ripetere i fasti del glorioso passato, riescono a passare in rassegna le suggestioni stilistiche che hanno caratterizzato la storia artistica del gruppo, con una piacevolezza ed una effervescenza sorprendenti anzichenò.

Francesco Maraglino

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