Recensione: The Zornheym Sleep Experiment

Di Alessandro Marrone - 8 Febbraio 2022 - 6:00
The Zornheim Sleep Experiment
Band: Zornheym
Etichetta: Noble Demon Records
Genere: Black 
Anno: 2021
Nazione:
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Il viaggio narrativo di Zorn nel suo personalissimo manicomio è cominciato dopo appena un paio d’anni dalla fuoriuscita dai Dark Funeral. Con l’intenzione di raccontare in musica gli orrori che strisciano nei bui corridoi di questo cupo e ambizioso progetto, sorretto da un quartetto d’archi a garantire una spiccata impronta sinfonica che permettesse una rappresentazione adeguata agli standard imposti dal mastermind, gli Zornheym sono arrivati al debutto discografico nel 2017, con il più che convincente Where Hatred Dwells and Darkness Reigns, prodotto dalla Non Serviam. Adesso, nelle fila della Noble Demon Records è giunto finalmente il momento di proseguire la scoperta degli oscuri e agghiaccianti segreti della schizofrenica visione di Zorn (chitarra, basso e synth), sorretto da una produzione e da un’attenzione ancora più marcata, al fine di offrire all’ascoltatore un’esperienza di ascolto capace di lasciare il segno sin dai primi minuti, proprio grazie all’utilizzo di un vero e proprio coro, un quartetto d’archi – come abbiamo appunto detto poche righe sopra – e addrittura una graphic novel ad accompagnare i prossimi undici brani ambientati nell’istituto di igiene mentale.

Il metal estremo si fonde alla perfezione con suoni orchestrali e parti melodiche che concedono maggiore spazio di manovra a canzoni coincise, ma che considerate l’una parte integrante dell’altra delineano il quadro complessivo della situazione. L’ottima e diretta opener Corpus Vile funge proprio da catalizzatore, inserendo quelli che sono i tratti distintivi degli Zornheym, spezzando ogni possibile classificazione stilistica in favore di un metal che a tratti attinge da sonorità più sinfoniche e ariose, in altri punti propende maggiormente verso canoni più metallici. Data la passata permanenza in una delle band black metal più eminenti, vi starete quindi chiedendo se ci siano segni che possano collegare al combo svedese, ma fatta eccezione di qualche accelerazione in termini di metronomo (Dead Silence), The Zornheym Sleep Experiment gode di vita propria, una luce di sanità intermittente che guida l’ascoltatore lungo le viscere di un lavoro estremamente interessante.

Il secondo album degli Zornheym è un lavoro molto particolare, difficile da etichettare, ma al tempo stesso non del tutto capace di delineare un’entità cento per cento propria. Si tende infatti a finire per trovarsi ad armeggiare con le molte divagazioni stilistiche (Slumber Comes In Time, Black Nine) che altro non fanno che confondere l’ascoltatore, il quale a questo punto avrebbe probabilmente goduto maggiormente da un numero di tracce inferiore, però più sviluppate e articolate, a tutto vantaggio di un contenuto che se dal punto di vista esecutivo è di tutto rispetto, a livello di songwriting patisce qualche lacuna compositiva che non gli consentono di fare il passo utile per risultare memorabile e non soltanto orecchiabile.

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