Recensione: Titans of Creation

Di Stefano Usardi - 30 Marzo 2020 - 7:41
Titans of Creation
Band: Testament
Etichetta:Nuclear Blast
Genere: Thrash 
Anno:2020
Nazione:
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85

A quattro anni da “Brotherhood of the Snake” tornano i Testament con il loro tredicesimo sigillo, “Titans of Creation”, in uscita fra pochi giorni ed introdotto da una copertina densa di significati firmata nuovamente da Eliran Kantor. Diciamocelo: ogni nuovo album targato Testament rappresenta, per certi versi, un evento a se stante, che si porta dietro tutto un insieme di promesse, timori, aspettative e speranze. Alfieri della seconda ondata del thrash metal più genuino, Billy, Peterson e soci sono quasi sempre stati capaci, dal punto di vista puramente artistico, di giocarsela alla pari con i nomi grossi della scena (e anche di superarli, di quando in quando) grazie a una proposta agguerrita e dinamica, qualità compositive sopra la media, un ottimo gusto per le melodie e la giusta dose di cafonaggine, ovviamente senza dimenticare le pesanti dosi di rabbia dispensate nei loro (alcuni più, altri meno) album. Il tutto, però, senza mai esagerare. La capacità di fermarsi un attimo prima di scadere nell’eccesso è, infatti, una delle caratteristiche che più mi piacciono del gruppo californiano: i tecnicismi non scadono mai nell’autocompiacimento, la violenza sonora si ferma prima di diventare indigesta e la melodia non si trasforma mai nel becero e stucchevole easy listening accalappia–fan, ma tutto concorre a creare un prodotto sfaccettato che è diventato, tra alti e bassi, il marchio di fabbrica del quintetto.

Perché vi dico questo? Perché lo stesso equilibrio si riscontra anche in “Titans of Creation”, un album dai molti profumi in cui i nostri infondono tutte le loro caratteristiche, partendo da un ottimo thrash della vecchia scuola e infarcendolo di gustosissime chicche: elementi quasi progressive, frustate dalla consistenza più vicina all’heavy classico, atmosfere policrome che di volta in volta si fanno insinuanti, inquiete e bellicose, echi hard rock, un groove poderoso ma anche molto ben dosato e una certa epicità latente che spunta di tanto in tanto. Se poi ci aggiungiamo testi che mescolando temi piuttosto personali (“Symptoms”, “Healers”) a critica sociale, cronaca nera (“City of Angels”), sette criminali (“Children of the Next Level”), storia e mitologia antica (“Ishtar’s Gate” e “Code of Hammurabi”) beh, il pranzo è bello che pronto. Ogni componente del gruppo svolge il proprio compito in modo preciso, energico, restando concentrato ma senza bisogno di strafare, a partire dal solito, sfavillante lavoro della coppia di chitarre e passando per una sezione ritmica che, visti i nomi coinvolti, non si deve neanche impegnare per violare i padiglioni auricolari dell’ascoltatore con classe, per chiudere con la ben nota voce iraconda del capotribù Chuck Billy. Cinque garanzie, una accanto all’altra, che lavorano all’unisono per un unico scopo: farvi del male senza lasciare troppi lividi.

Dodici tracce per cinquantotto minuti abbondanti: indubbiamente non pochi, ma nonostante il minutaggio importante “Titans of Creation” scorre molto bene, senza appesantire l’ascoltatore e impantanandosi solo in un paio di tracce che, forse, potevano a mio avviso essere limate un pochino. Merito in primis di una scrittura coinvolgente e solida, che mescola le carte permettendo ai nostri di creare tracce multiformi ma dotate di una personalità ben definita e di strutturarle in una scaletta in costante evoluzione, che non permette quasi mai di abbassare la guardia. Durante l’oretta scarsa di “Titans of Creation”, infatti, ce n’è per tutti i gusti: bordate tipicamente thrash per far contenti tutti, brani lenti, cupi, dominati da atmosfere dense, inquiete e appiccicose, martellate impietose che profumano della Bay Area dell’epoca d’oro e brani dall’incedere plumbeo, dimesso, sinuoso, in cui una melodia grintosa si sposa a riff imbastarditi e ritmi agili che di colpo si ritorcono su se stessi, fino ad arrivare a brani dotati di un’orecchiabilità fresca, quasi corroborante, sporcati di un occasionale quanto subitaneo trionfalismo.
Ciò rende “Titans of Creation” meno prorompente di “Brotherhood of the Snake” – album sicuramente più diretto ma, forse, maggiormente improntato alla semplice elargizione di violenza e groove – ma a mio avviso anche più sfaccettato, solido e, forse, più longevo nel lungo periodo. “Titans of Creation” è, a mio avviso, un lavoro che attira quasi subito ma rivela la sua vera natura un po’ alla volta, e solo attraverso una maggiore attenzione dell’ascoltatore; un album onesto che profuma dei vecchi tempi senza scadere nel nostalgico e che suona comunque moderno, vitale, grintoso e al passo coi tempi. E in fondo si può anche soprassedere sulla sensazione che spunta di tanto in tanto tra riff, cadenze e cori, portando con sé qualche richiamo di troppo ai lavori passati del gruppo: un po’ di auto–citazionismo ci sta anche bene, se inserito in un album di questa caratura.
Qualora non si fosse capito, “Titans of Creation” rientra a pieno diritto nel novero dei signori dischi: forse non raggiungerà lo status di classico (anche se il tiro è a mio parere quello giusto), ma è di certo l’ennesima conferma di un gruppo che sta vivendo la sua seconda giovinezza e che, a quanto pare, ha ancora qualcosa da dire.
Fatelo vostro, ascoltatelo e gioitene: i Testament sono di nuovo tra noi.

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