Recensione: Unending Rotten Cycle

Di Daniele D'Adamo - 25 Gennaio 2026 - 12:00
Unending Rotten Cycle
Band: Putrevore
Etichetta: Xtreem Music
Genere: Death 
Anno: 2025
Nazione:
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73

Putrevore, Rogga Johansson. Ancora una volta un binomio che vede l’iper-produttivo musicista svedese dar vita a un progetto di death metal. Possibilmente old school. Fra la marea di tali act, questo in esame è uno dei più vecchi, con una discografia piuttosto ricca che annovera, come ultimo arrivato, “Unending Rotten Cycle“.

E, a proposito di binomi, occorre sottolineare che, in realtà, i Putrevore sono una band formata da due soli elementi. Oltre a Johansson, qui impegnato alla chitarra e al basso, è presente Dave Rotten, vocalist spagnolo pure lui dotato di un lungo pedigree. Per evitare il ricorso alla drum-machine e donare un tocco umano in più alla musica, è stato poi reclutato Thomas Ohlsson in qualità di session-man.

Una volta compreso l’universo johansson-niano, almeno per la parte che interessa questo disco, si può concentrare l’attenzione sulla questione artistica; dato per scontato che il livello tecnico dei membri del combo spagnolo/svedese non si discute nel modo più assoluto. Come tutte le creature del buon Rogga, e come si è più su accennato, lo stile in cui si muovono i Nostri è sostanzialmente l’old school death metal.

Old school death metal sì, ma aggiornato all’odore, sempre e comunque di stantìo, che emana l’update dei dettami che ne caratterizzano la forma artistica. Invero, non è che ci sia una grande evoluzione dal ciò che si suonava a cavallo degli anni 80/90, giacché la maggior parte dei suddetti dettami resiste eroicamente al passare dei lustri senza mutare il proprio DNA.

Più precisamente, allora, si può discutere di un ammodernamento della produzione, che restituisce alle orecchie un suono pulito, ordinato, in cui è semplice comprendere quel che combina la coppia infernale. Ma non è tutto. Quasi a sfruttare questa opportunità, il sound pare spogliarsi un po’, ma poco, del vestito arcaico cucito dalla vecchia scuola sulla pelle degli attori. Per ottenere un qualcosa che si avvicini al death metal che le varie compagni della morte mettono sul piatto in questi ultimi anni. Un occhio alle origini, quindi, e l’altro al 2025.

Johansson non ha bisogno di presentazioni, data la vastità del suo background culturale e della quantità di musica composta in più di un quarto di secolo calcolato a partire dal 1999 con i Paganizer. Riff su riff, invero dal suono meno zanzaroso rispetto al solito, squarciano l’aria contaminata presente nelle caverne più profonde dell’undeground (“Mortal Ways of the Flesh“), erigendo un compatto muro di suono che, davvero, si mostra quasi come una novità che caratterizza e non poco “Unending Rotten Cycle“.

Ma poi c’è Dave Rotten, perfetto protagonista delle linee vocali, che percorre con un aggressivo, roco, belluino growling, arricchito in alcune trame da ulteriori aggiunte di sangue fresco per rendere la voce ancora più scabra (“No Mourning the Grace“). Oltre a essere l’ideale cantante dei Putrevore, egli si raffigura quale irreprensibile punto di riferimento di un sound assolutamente devastante.

Brani come “Morbid Procession“, per dirne uno, sono dei veri e propri spezza-ossa, il cui unico scopo pare annichilire le particelle elementari del cosmo. Un approccio alla questione meno ragionato, quindi, e di conseguenza più istintivo, brutale, irruente, letale. Atteggiamento che in effetti non fa del tutto parte dei concetti cardine dell’old school ove, per esempio, i BPM si mantengono su valori umani. Qui, invece, si sfora molto spesso la barriera dei blast beats (“Cult of the Tentacle“), conducendo l’ascoltatore in uno stato di allucinazione ove egli viene stordito dalla mostruosa violenza (musicale) che Johansson e i suoi compagni riescono ad alimentare continuamente.

Come spesso accade nel modus operandi con cui Rogga Johansson scrive i suoi brani, non c’è molta differenza, fra essi. Anche a ripetere molte volte i passaggi su “Unending Rotten Cycle“, non rimane poi tanto, in mente. Tuttavia, la bontà dell’impressionante scellerato sound che caratterizza l’LP lo rende comunque appetibile per trascorre alcune ore in compagnia di qualcosa di veramente mostruoso.

Daniele “dani66” D’Adamo

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