Recensione: V.O.I.D.

Gli Asaru, pur essendo nati nel 1995, hanno alle spalle una scarna discografia, che comprende il nuovo arrivato, “V.O.I.D.“, terzo in ordine cronologico. Un fatto che si spiega con gli spostamenti del creatore nonché mastermind Frank Nordmann, emigrato dalla Germania in Norvegia. Ove ha riformato la band con nuovi membri.
Il fatto che la suddetta data di nascita coincida con la parabola ascendente del black metal, fa sì che il sound del disco suoni di vecchio ma anche di nuovo, contemporaneamente. Vecchio, poiché i dettami di base del genere inteso nella sua ortodossia sono appieno rispettati. Nuovo, dato che Nordmann ha avuto la capacità di ammodernare la suddetta base con elementi tipici del black di questi anni. Black che è necessario definire puro, nel senso che l’atmospheric, il symphonic, il raw e così via si devono cercare altrove.
Un suono che riguarda principalmente la messa a giorno di una notevole pulizia sia esecutiva sia, produttiva. Tali da riordinare la materia di quel black puro di cui si è scritto più su. Niente chitarre zanzarose che si percepiscono a malapena e così via, pertanto. Anzi, il tiro è spesso quello del thrash (“Religion“), con le asce da guerra impegnate in un riffing duro, roccioso, che taglia come la lama frastagliata di una motosega.
Ciò ha comportato l’elaborazione di uno stile piuttosto originale, discernibile in ogni suo particolare, in ogni suo anfratto. Originale, in primis, per la prestazione vocale di Nordmann, obiettivamente (quasi) unica nel suo genere. Un’ugola profonda, cioè, rauca, arsa dal sangue che cola dalle lacerazioni; che non è né growling, né screaming, né harsh ma, bensì, un cantato che si srotola lungo le linee vocali con una modulazione tutt’altro che monotona (“Mankind“).
Originale, anche, per l’evidenza di un costrutto centrato sulla massima velocità possibile e non solo. Quando, cioè, la potenza devastante dei blast-beats bombardano i neuroni scatenando la trance da hyper-speed. In questo caso gli Asaru non fanno prigionieri, triturandoli con un possente wall of sound eretto grazie alla potenza dei ridetti blast-beats, dagli impetuosi accordi di chitarra e dal mostruoso rombo del basso manovrato da Petter Myrvold che, in sottofondo, squarcia letteralmente le budella (“Earth – Condemned to Putrid Soil“).
Attenzione, però, il combo tedesco/norvegese non è solo furia cieca senza senso. “V.O.I.D.” è un full-length vario e articolato, suddiviso in nove capitoli, le canzoni, ciascuna avente un differente leitmotiv, sostenuto dai continui cambi di ritmo di Sebastian Wilkins. Pur non essendo un concept-album, questa suddivisione consente ai Nostri di dar sfogo alla loro attitudine testuale, sì da collegarla alla musica per un insieme le cui componenti, ovvero le song, sono tutte ben diverse le une dalle altre, seppur adese alla foggia artistica stampata a fuoco sul cuoio da Nordmann. Altro fattore che aiuta il CD a essere variegato.
Peraltro, per arricchire la pietanza, compare anche una voce femminile, tale da arricchire parecchi passaggi dell’LP ma, soprattutto, di diventare protagonista in “Epilogue“, splendida antitesi fra dolce melodia e feroce aggressività. Un esempio che mostra a tutto tondo il talento compositivo dell’ensemble in toto, anche se la maggior parte dell’opera viene svolta dalla genialità di Nordmann.
In ultimo ma non ultimo, un gusto che, per via della tecnica con la quale sono riprodotte le sei/sette corde, richiama un po’ il blackened death metal. È solo un sentore appena accennato ma che si può percepire, per esempio, nell’opener-track “Fire – Raise the Flame“. Tutto ciò non deve tuttavia fuorviare l’attenzione da un lavoro che può insegnare ai neofiti com’è che deve essere il black metal. Black metal e basta, si sottolinea.
“V.O.I.D.“, per via delle sue caratteristiche intrinseche, è un’opera eterogenea, completa in ogni particolare, matura, che non si teme di definire di primo piano, nell’immenso Mondo del metal estremo.
Daniele “dani66” D’Adamo
