Recensione: Vökudraumsins Fangi

Di Daniele Peluso - 25 Dicembre 2020 - 0:01
Vökudraumsins Fangi
Band: Auðn
Etichetta: Season Of Mist
Genere: Black 
Anno: 2020
Nazione:
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80

“Vökudraumsins Fangi”, terza fatica degli islandesi Auðn, è un disco meraviglioso. Pieno di passione, competenza musicale, ottima tecnica ed estremamente ispirato. Un continuo saliscendi di note ed emozioni capaci di condurre l’ascoltatore in un mondo magico, ricco di pathos e suggestione dominato dal caos e dal dolore.
Quindi, se la vostra domanda è semplicemente: “devo possedere questo disco?”, la mia risposta è un sì senza riserve.
Ora, sbrigati i noiosi, doverosi convenevoli, inizia la narrazione.
“Vökudraumsins Fangi”, è un volo senz’ali, una corsa verso l’ignoto.
Profuma di mare, di terra umida e torba, di foglie lasciate a marcire.
Ha il gusto amaro dei sogni infranti, delle promesse mai mantenute. Un lavoro capace di entrare nella sfera più intima dell’ascoltatore e di restar dentro, sedimentare, poco a poco. È un cammino introspettivo, in cui la musica ti conduce per mano a esplorare universi sconosciuti e lontani.
Inizio il mio viaggio: il tasto “play” è la mia porta dimensionale.
Un arpeggio lontano si fa strada dentro me, ogni nota è una lacrima che sento di aver messo da parte per la giusta occasione. Per quando ho ucciso, per quando è venuto il pentimento e il rimorso. Stordito proseguo.
Spaesato m’immergo: “Einn um alla tíð”, uno per sempre. Ognuno è sé stesso sempre, chiunque esso sia, qualsiasi sia il fardello che si porta appresso. Non puoi scappare da te, nemmeno se lo vuoi, così come non si può togliere il sangue dalle mani né l’odore dalla pelle. “Einn um alla tíð”, è girare gli occhi per guardarsi dentro, maieuticamente parlando è la canzone dell’introspezione.
Vedo nero, vedo sporco. Un’anima dannata in lotta perenne, uno strazio infinito mi consuma.
Sono diventato vecchio; tutto d’un tratto sento il peso degli anni pesarmi sulle spalle e solcarmi il viso come fossero ferite inferte dalla roncola del tempo. Sanguino lacrime amare. Ho attraversato “Eldborg”, i colli infuocati e ridotti in cenere, come cenere sono diventate le mie speranze, le illusioni, i sogni mai realizzati. Bruciano le figure che si materializzano dentro gli occhi, brucia la mia mente: “Birtan hugann brennir”.
Brucio, io.
Devo partire, sento che è arrivato il momento. Come in un viaggio sull’ultimo treno della sera, mi accingo a varcare l’ignoto dei miei pensieri. Salgo in carrozza, il passo e lento ma sicuro.
La musica mi accompagna. Fedele amica di ogni stagione. Accompagna precisa gli sbalzi d’umore impennando e calando, come gli schizzi d’acqua di una lontana cascata che nessuno ha visto mai.
Sento una nenia in lontananza: è familiare, si fa sempre più vicina.
L’incedere della canzoni è impetuoso come un vortice marino che inghiotte fin anche la luce che prova a illuminarlo.
L’incedere delle canzoni è dolce e leggero, come la prima neve settembrina che imbianca le cime lontane.
L’incedere delle canzoni segue il filo della vita, imitandone le figure e muta, cambia forma e velocità, come cambiano veloci i pensieri. Guardo fuori dal finestrino: l’orizzonte sul mare è solo una riga nera che traccia il solco sulla mia fine. La musica mi accompagna. Ritmi frenetici, veloci, ripetitivi fin quasi all’ossessione, urla disperate, buio.
Vivo quest’ultimo treno che porta verso il mare.
Viaggio, trasportato dalle note che gli Auđn hanno deciso di concedermi, a mille all’ora attraverso il sottile confine tra la normalità e la follia, tra il chiaro e lo scuro della mente, nei meandri più profondi dell’Io che scava dentro un animo inquieto, combattuto e disperato.

Dagar augnablik
Árin virðast endalaus
Alsæla æskunnar ódauðleg

Ripenso a quando tutto era possibile, a quando la giovinezza mi scivolava veloce tra le dita come questi binari scorrono veloci sotto di me. Sono l’unico passeggero su questo treno per il mare e, più veloce vado, più mi accorgo di correre incontro a me stesso. Ho lasciato tutto alle spalle, tutto quel poco che avevo, prima di iniziare quest’ultimo viaggio. “Horfin mér”, è la canzone dell’abbandono.
Come un convoglio senza macchinista, lanciato in corsa verso l’ultima stazione, procedo dritto. Senza freni, senza più remore, con un’ultima missione da compiere.
Anche la musica si fa più chiara: muta, cambia in continuazione, come solo il cielo del Nord sa fare. Passa dalla quiete all’agitazione con la velocità di un battito d’ala di gabbiani. Gira vorticosa, come il mulino capace di cambiare il destino dell’uomo. A me, tirando le somme di questa vita di inutili attese, Grotti ha dato solo tristezza e malinconia, disperazione e livore. Quando ormai l’ho capito, è davvero troppo tardi. Brucio tra le fiamme del mio stesso Inferno.

Loks er leiðin greið,
Sál mín heimt úr helju

“Verður von að bráð“, è la canzone dell’estrema consapevolezza.
Il treno si ferma, il binario svanisce di fronte ad un mare nero come la morte. Nessuna stazione, niente banchina né viaggiatori che sciamano come formiche impazzite.
Mi allontano mentre tutto svanisce e resto solo. Ancora.
Seduto sulla spiaggia, sento i ciottoli irregolari premere dolcemente sulle natiche, massaggiate dalla sferica irregolarità delle pietre. Guardo il mare, scuro all’orizzonte, con gli occhi velati di lacrime. In questa ultima corsa della vita penso a tutto quello che sono stato e a tutto quello che non sono riuscito ad essere.
“Næðir um” e “Horfin mér”, sono biasimo e nostalgia.
Ho assecondato il desiderio irrazionale che spinge a credere sempre all’avvento di qualcosa di migliore, del riscatto, di un lieto fine che sento mio di diritto. E mi struggo quando capisco che, alla fine, è stata tutta un’illusione. Cielo e mare sono un tutt’uno, mentre da lontano, sopra la linea dell’orizzonte, si addensano nubi minacciose dal colore vermiglio. Ripenso al male procurato, alla morte, alla disperata condizione che non ti permette di uscire un attimo dai tuoi stessi pensieri. Prigioniero eterno del nero abissale della mia stessa anima. “Á himin stara”, è la canzone della rassegnazione.
Non trovo più spazio, sono vittima dei miei pensieri. In questo inverno dell’anima accetto una fine miserabile, come miserabile è stata la mia vita. Seduto sulla spiaggia vedo un universo esplodermi davanti agli occhi. Come una supernova di dolore, vedo la fine dei miei giorni. “Ljóstýra” è meravigliosamnte “hans hinsta ósk”, l’ultimo desiderio.
“Vökudraumsins Fangi” scorre lenta e solenne così come la vita scorre via esalando un lungo, lunghissimo e interminabile respiro. Non sento più la schiena, seduto sulla battigia da un tempo che mi sembra infinito.
Dicono che, quando si muore, le immagini della propria vita scorrano, come un caleidoscopio impazzito, in mezzo agli occhi.
Puttanate, credetemi. Vedo solo un nulla, colorato di niente.
“Fangi vakandi draums
Minningin um það sem aldrei gerðist.”
Come essere per sempre prigioniero di un sogno, nel ricordo di quello che non è mai successo.

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